13 novembre 2015

Ottobre/novembre 2015 - Spagna e Portogallo

Lunedì, 5 ottobre - km 68015
- da casa a Civitavecchia (imbarco con Grimaldi Lines)

Finalmente ci siamo.
Le ultime cose e via, salgo in camper. Tutti pronti, ai posti di combattimento.
Hai preso tutto? Hai chiuso il gas? Le sigarette dove sono?
Domande che si susseguono.
Aspetta, le ciabatte! Fammi salutare il gatto, e poi il babbo: “ho dimenticato le chiavi del camper…”
Vabè.
Alla fine scaldiamo i motori e partiamo poco prima delle 15 con un timido raggio di sole. A Civitavecchia alle 20 ci aspetta l’imbarco per Barcellona.
L’itinerario di questo nuovo viaggio prevede il periplo di Spagna e Portogallo, ed io, la “filippina” ufficiale, la “blogger offline” (redattrice del diario di bordo di ogni vacanza in camper) sono emozionata. Che bello ritornare alla “mia” postazione dopo tanti mesi. La mia dinette dietro ai sedili dei passeggeri. E’ tutto come l’ho lasciato lo scorso anno dopo l’esperienza nella terra dei mulini a vento. Anzi, sono anche state apportate delle migliorie: una nuova luce al led in frigo, lo scalino elettrico, il linoleum al posto della moquette (che faciliterà le pulizie!). Ed anche il nuovo stereo con usb che ha permesso al babbo/driver di sbizzarrirsi con una playlist di mp3 in chiavetta.
“Giochiamo a qualcosa?”
Silenzio.
“Mangiamo qualcosa?”
Non è ora, rispondono.
“Siamo già arrivati?”
Ovviamente il mio compito è quello di infastidire, scherzosamente, il driver e l’interfaccia di navigazione.
Che farebbero, altrimenti, senza di me?
L’assalto alla cioccolata viene, infatti, ufficialmente dato prima di Foligno. A settanta chilometri da casa.
Arriviamo a Civitavecchia prima delle 19, dopo 235 chilometri di stradine umbro-laziali, e c’è già gente in fila. Appena fatto il check-in al terminal della Grimaldi Lines, non passa mezz’ora che inizia il frettoloso imbarco (con un involtino ancora in bocca), e i colori di un nuvoloso tramonto ci accompagnano fin dentro la nave. Con meno di 400€ abbiamo imbarcato il camper e abbiamo acquistato tre posti poltrona con colazione spartanissima (che ci verrà servita non prima di domani). Grazie a PlenAir, di cui il babbo è fedele lettore, abbiamo anche avuto un piccolo sconto sulla prenotazione online. Buttalo via.
Salpiamo in perfetto orario alle 22.15, dopo interminabili ore di attesa.
Ed è solo l’inizio.

Martedi, 6 ottobre - km 68015
- sbarco a Barcellona, trasferimento a Monistrol de Montserrat

Ci si sveglia, come consuetudine, all’alba. Io in realtà ero pronta per fare foto, altrimenti perché mai dovrei svegliarmi così presto, proprio oggi che posso dormire? In fondo abbiamo… solo altre dodici ore di navigazione! Il cielo nuvoloso mi impedisce di usare al meglio la mia reflex nuova di zecca, quindi rinuncio. Ma il sonno è passato. Colazione con “caffè sbobboso” e cornetti buoni e mattinata nella saletta di fronte al ristorante a ciarlare e leggere.
La giornata scorre pigra, tra un pisolino, mezzo chilo di insalata di riso ciascuno, la passeggiatina sul ponte e il vento prepotente che solleva la gonna a mamma (tipo Kelly Le Brock - anzi, come dirò poi io, Kelly La Brocc!), insomma, tutto nella norma. Finalmente intorno alle 16 si avvista di nuovo terra: è Barcellona che ci saluta, adagiata sulla costa. Chissà il buon Cristoforo come ha fatto a passare settimane e settimane in nave senza avvistare la terraferma.
Intorno alle 19 siamo già fuori da Barcellona in direzione Monistrol de Montserrat: il babbo, appassionato di treni, funivie, funicolari e quant’altro, sa dell’esistenza di una cosa molto particolare in questo borgo di tremila anime, ovvero un trenino che conduce al monastero che dà il nome, in catalano, al paesino. Poiché questo è incastonato nel massiccio omonimo (il Massiccio del Montserrat) in cima ad un forte pendenza, il treno che conduce lì deve utilizzare una cremagliera sui binari per potersi “arrampicare”. Da qui il catalano “cremallera”. Ci fermiamo proprio nel parcheggio della cremallera per vedere se le indicazioni ci consentono di restare, e nel frattempo un altro camper che già ci sembra amico sta parcheggiando. La coppia di signori catalani a bordo ci spiega che il custode ha detto che in quella parte di parcheggio si può restare. Infatti, dopo pochi minuti, sopraggiunge il suddetto custode e ci spiega che, anche se l’area è per il parcheggio dei bus, stanotte c’è lui di turno a sorvegliare la zona e ci permette la sosta per la notte (a sbafo). Il babbo allora si lancia con la risposta (ovviamente in italiano): “Ok, allora tu non sai niente e noi facciamo finta di niente!”
Perle.
La serata finisce così, con un brindisino (acqua e succo di frutta) alla prima cena sulla terraferma, e poco dopo tante chiacchiere multilingua con Juan e Pascual, i due vigilantes del parcheggio, che ci hanno presi tremendamente in simpatia. Merito di mamma che capisce lo spagnolo ma non lo parla, e di papà che non lo sa (e si esprime solamente in italiano) ma per fortuna è simpatico!
Che il tour de force abbia ufficialmente inizio.

Mercoledì, 7 ottobre 2015 - km 68300
- da Monistrol de Montserrat a Lleida

Giù dal letto alle 6.45.
Oddio.
Non sappiamo nemmeno dove siamo, non ci ricordiamo l’ordine in cui di solito ci organizziamo al mattino, non troviamo le cose in bagno, non c’è l’asciugamano, non mi ricordo come si chiude il letto basculante, la coperta è lunga, il cuscino dov’è… Insomma, la prima mattinata in tre in camper dopo un anno e mezzo è traumatica.
Per fortuna poco dopo il caffè ci rimette un po’ al mondo prima delle 8 siamo già alla stazione della cremallera che ci porta fino a Montserrat. Le prime due corse (quella delle 7.55 e quella delle 8.25) costano meno, e ce la caviamo con 6,95€ a testa (andata e ritorno).
 Il sole si affaccia timido tra le nuvole scure mentre il treno, silenziosissimo (ristrutturato interamente appena quindici anni fa) sale lungo il binario scoprendo un meraviglioso panorama di rocce levigate e tondeggianti dai pendii verdi. Pochi minuti dopo, l’aria frizzantina del mattino ci accoglie a Montserrat “centro”, che si sviluppa attorno all'Abbazia omonima, con un lungo paseo che costeggia lo strapiombo del massiccio roccioso.
Stamattina finalmente, dopo giorni, ci concediamo una bella camminata di riscaldamento, per sgranchire le gambe ed ammirare un paesaggio meraviglioso.
Dopo un paio d’ore saliamo anche dare un’occhiata anche alle due funiculares aggiuntive, che dal paesino portano ancora più in cima. Con 12€ abbiamo il biglietto cumulativo andata/ritorno per entrambe (i miei genitori passano da senior e spendono 10,80€!). La funicular de Sant Joan ha una pendenza del 65% e permette un panorama favoloso su tutto il massiccio roccioso. Una volta in cima mi prendo venti minuti e, seguendo un sentiero non particolarmente sterrato né difficoltoso (incontro persone di ogni genere che lo percorrono!), arrivo alla chiesetta omonima. Niente da dire sul paesaggio che mi circonda: semplicemente spettacolare. Mi ricorda le mie meravigliose Olgas australiane, con la differenza che queste sono completamente grigie, illuminate da un bel sole tiepido e quelle erano rosse come mattoni sbriciolati. La reflex scatta foto a raffica, l’alta pressione ci salva questa prima giornata ufficiale del nostro viaggio attraverso la penisola iberica. La funicular de Santa Cova, più breve della sorellina, con una pendenza del 56% ci conduce, poco più tardi, ad un sentiero ancora più comodo che, attraverso le tappe della Via Crucis, arriva alla cappelletta omonima a strapiombo su un crostone di roccia.
  
Scenario decisamente suggestivo per l’inizio di questa vacanza.
Riscendiamo “a valle” per il pranzo e subito dopo recuperiamo i nostri compagni di viaggio (che ci hanno raggiunti via terra) a Olesa de Montserrat (il correttore automatico dello smartphone ieri ha corretto Olesa in “Oleosa” e noi stiamo ancora ridendo), a pochi chilometri dalla nostra base. Saluti, due chiacchiere di fuori riscaldati dal sole che qui picchia ancora, pane al supermercato e poi si parte in direzione Lleida, non prima di aver atto anche rifornimento. Il gasolio a meno di un euro al distributore di fianco al Lidl ci fa rimpiangere di non avere il serbatoio vuoto. La strada fila liscia fino all’Aldi appena fuori Lleida, dove arriviamo intorno alle 18.30. Ci sistemiamo nel parcheggio del supermercato, proprio di fronte al MercaChina, un enorme negozio di cineserie, dove entro per comprare le pinzette da sopracciglia (perse nel trambusto dei preparativi) ed esco quaranta minuti dopo con una sportina di cose inutili, tra cui festoni, spugnette da trucco, gessetti colorati e porporina sbrilluccicosa.
Cena, e a seguire chiacchiere sul muretto per i vecchi e i loro amici, mentre io mi arrampico sulla wifi aperta del McDonald’s, vicino ma non abbastanza da renderla stabile. Non ho voglia di sbattermi al freddo per una connessione fluttuante, quindi rientro in camper.
Nei prossimi giorni sarò più fortunata.
A volte penso che senza internet sia una benedizione.

Giovedì, 8 ottobre 2015 - km 68474
- da Lleida ad Arguedas

In perfetto orario sulla tabella di marcia, alle 8.30 siamo fuori dal parcheggio dell’Aldi.
Ormai, dopo anni di collaudi, sappiamo che per prepararci tutti e tre, fare colazione e sistemare la baracca, abbiamo bisogno di un’ora netta senza temporeggiare.
La strada scorre calma lungo l’Autovia del Nordestein direzione Saragoza: i miei ci sono già stati lo scorso anno e stavolta ci portano anche me. Parcheggiamo lungo la Avenida Marqués de la Cadena, a circa un chilometro e mezzo dal centro città, e ci incamminiamo subito. Mi fermo ad una tienda Movistar (l’operatore telefonico spagnolo per eccellenza, quello con la M grassa e verde) per chiedere eventuali tariffe speciali per internet. Ne esco dopo mezz’ora con una nuova scheda sim nel cellulare: parlo con un operatore del servizio clienti al telefono (chiaramente in spagnolo!) che mi aiuta a configurare VPN e APN per il nuovo gestore telefonico e in breve ho la mia tariffa internet di 5€ al mese per 400mb. Per quello che mi serve, va più che bene. Arriviamo al Puente de Piedra, tra il Puente de Santiago (Calatrava) e il Puente del Pilar, e subito troviamo, riflessa nel fiume Ebro, la maestosa Basilica de Nuestra Señora del Pilar, che raggiungiamo poi nell’omonima piazza.
Peccato per la confusione dei festeggiamenti cittadini: il 12 ottobre è infatti il giorno della celebrazione della Virgen del Pilar, la patrona della città nonché protettrice della polizia civile, ma i festeggiamenti iniziano prima, quindi ci imbattiamo in una sorta di parata (come il nostro 2 giugno). Entriamo poi nella basilica per dare un'occhiata alle maestose cupole bianche, agli affreschi e ai bellissimi pavimenti in marmo.
Oggi ci trattiamo di lusso e optiamo per una paella (anche se non è delle migliori al mondo) in uno dei ristorantini affacciati sulla piazza principale. A seguire, giro turistico passando per Plaza Cesar Augusto, con la Iglesia de San Juan de los Panetes e il carosello, le Murallas de Cesaraugusta (venti metri di resti romani) proprio di fronte al Mercado Central (che però è chiuso) e la statua di Cesar Augusto che indica l’infinito (come tutte le statue!), con la quale non manco di fare una foto idiota... come sempre!

 Imbocchiamo la Calle de la Manifestación (che cambia nome almeno tre volte in cinquecento metri), passiamo davanti alla Iglesia de Santa Isabel de Portugal, al Museo Goya e alla Iglesia de Santa Magdalena, con la torre dalle piastrelline verdi e blu e dai mini merletti. Svoltando a sinistra alla fine della calle, ci infiliamo sulla Calle El Coso (che in un certo senso gira attorno al centro storico).
E, anche lì, grasse risate. Perché noi ci divertiamo con poco. Costeggiamo il fiume dal Puente del Pilar per un centinaio di metri, poi svoltiamo per Calle Mundir, dove troviamo Plaza San Bruno e la bellissima Catedral de San Salvador, ovvero La Seo, che volge la sua facciata principale sulla Plaza del Pilar. La parte posteriore è completamente decorata con le stesse mini piastrelline della torre della Iglesia di Santa Magdalena, verdi e blu, e i piccoli “merletti” in cima che sembrano ceramica. L’ingresso per la visita costa 4€, rinunciamo anche perché si sta facendo tardi, quindi il nostro giro finisce qui. Anzi, sul Puente de Piedra da cui siamo arrivati. Mi volto ad ammirare ancora un istante la basilica del Pilar e saluto la città spagnola, pronta per la prossima destinazione. Torniamo alla base in un quarto d’ora, l’aria è calda. Dopo un meritato caffè con la moka all’ora del tè, ripartiamo con destinazione Arguedas, paesino che sembra quasi strappato al deserto del Texas, chiuso ad un lato dai particolari rilievi collinari e aridi della zona, che però qui hanno come peculiarità le case scavate dentro le pareti rocciose. Un paesino, insomma, quasi unico nel suo genere.
L’area di sosta (che i miei ricordano in costruzione lo scorso anno) è proprio sotto a questi rilievi, ed un sentierino evidentemente sistemato in tempi recenti conduce alle case nelle rocce, ormai disabitate e visitabili gratuitamente.Sono già le 18.40, il sole è in fase calante al lato opposto e proietta una luce bellissima sulle rocce, che migliora i colori delle foto. Scatto a raffica. La calcina bianca delle pareti interne delle case e alcuni oggetti lasciati sparsi qua e là (una piastra da cucina, un bricco rotto, una sedia, un paiolo) contribuiscono a creare un grazioso effetto “vintage”. Alcune pareti interne invece sono vivacemente colorate. Ed ecco che appaiono fucsia, turchese, viola e azzurro.
Il segreto che questo paesino custodisce è una piacevole ed inaspettata sorpresa ed io sono entusiasta. Tanto che rientro al camper e trovo la banda a fare il punto della situazione: mi sa che domani sarà tappa di trasferimento, visto che c’è in programma la costa di Cantabria e Asturie. Dopo cena mi accorgo che un faro colorato illumina le case scavate nelle rocce, quindi esco nel freddo per qualche altro scatto. Il vento è deleterio per il mio raffreddore, mi affretto a rientrare ma tanto la banda ha allestito la solita bisca del burraco, quindi non si dorme prima di mezzanotte.

Venerdì, 9 ottobre 2015 - km 68725
- da Arguedas a Comillas

Ore 7.30. La sveglia suona e nessuno la considera. Dopo dieci minuti il babbo si lamenta che è tardi, io occupo il bagno tipo zombie. Il raffreddore mi sta uccidendo.
Piano piano iniziamo a carburare e prima delle 9 siamo in postazione per il carico e scarico acque. L’unica nota negativa di questo gioiellino di paese è che i gettoni per la colonnina dell’acqua si vendono in un bar fuori dall’aera attrezzata, quindi è leggermente scomodo, ma per il resto non ci sono problemi di rilievo… anzi, un problema lo abbiamo noi con la griglia di scarico, che è intasata: appena apriamo l’acqua per scaricare, infatti, la pavimentazione si allaga. Il babbo allora richiama l’attenzione (con gesti e segnali di fumo) di due operatori comunali intenti a sistemare un’aiuola, che tempestivamente avvisano qualcuno al cellulare. Che, soprattutto, arriva in appena quindici secondi con una camioneta. In una mezz’oretta, mentre la “filippina” pulisce la baracca e gli altri ospiti sono in chiacchiere osservando con ammirazione i lavori, gli operatori comunali si adoperano a spurgare la griglia. Che celerità.
Se fosse successo in Germania, ci avrebbero multati considerandoci responsabili dell’ostruzione del tombino per lo scarico delle acque grigie. Se fosse successo in Italia, dopo un’ora saremmo ancora in giro a cercare qualcuno per farci dare una mano.
Soddisfattissimi degli operatori comunali e del loro operato, decidiamo di offrire loro una birra: parte il babbo, e gli altri al seguito con un foglietto ciascuno con qualcosa da dire per ringraziare (Raniero con “muy amable”, Adele con “muchas gracias” e mamma, la più spavalda, “disculpe las molestias”). Risate mattutine. Alle 10 finalmente, espletate le faccende obbligatorie, si parte. Seguiamo la N-134 fino a Rincon de Soto (anche il nome del paese suscita ilarità) per prendere poi tutta la N-232 fino alla prossima meta. La strada scorre magnificamente, dritta e con un bel paesaggio, fino ad Oña, dove mettiamo gasolio a 0,97 centesimi (un’altra conquista!) e ci fermiamo giusto per pranzo. Ma il paesaggio migliore (segnalato anche in verde come “percorso panoramico” dalla mappa Michelin di Spagna e Portogallo) si apre nella parte seguente, con rocce luminose e filari di alberi dai colori vivaci dell’autunno.
Attraversiamo un paio di saliscendi non eccessivamente ripidi fino al Portillo del Manzanedo, a 1010 metri, e più avanti ci troviamo al bivio con la C-171, che costeggia l’Embalse del Ebro, ovvero quella che sembrerebbe essere la sorgente del fiume che bagna anche Saragoza.
La percorriamo per 25 chilometri e ci immettiamo poi sulla A-67 che in un’ora e poco più ci porta alla nostra destinazione, Santillana del Mar.
Il paesino medievale è graziosissimo, forse uno dei più belli della Cantabria, seppur estremamente turistico. Tutto molto curato e pulito, viuzze di ciottoli e negozietti di artigianato. Spiccano la Colegiata de Santa Juliana con l’adiacente chiostro, e poco più avanti un lavatoio, perfettamente conservato dal tempo che fu. Plaza Mayor è una deliziosa bomboniera, e la scritta "amor" troneggia sul muretto di un negozio. 
C'è anche il Museo de la Tortura (dove non manco di fare una foto retina con l’armatura arrugginita del cavaliere all’ingresso). Nel giro di un’oretta o poco più siamo di nuovo al camper e tiriamo verso Comillas, altro paesino sulla costa cantabrica (tappa del pellegrinaggio di Santiago) a pochi chilometri da Santillana del Mar. Troviamo un parcheggio proprio sulla spiaggia, che però vieterebbe il pernottamento ai camper. Infilandoci nelle vie con sei metri e passa di mezzo di trasporto, il babbo mi chiede di domandare ai due ragazzi del ristorante lì a fianco. Cordialmente (com’è nella natura di questo popolo) ci fanno sapere che i limiti del parcheggio valgono solo d’estate, quindi adesso che è bassa stagione possiamo parcheggiare tranquillamente… e anche gratuitamente!
L‘aria è decisamente fredda, ma di certo da questa posizione domattina l’alba è mia.

Sabato, 10 ottobre 2015 - km 69081
- da Comillas a Tapia de Casariego
La giornata inizia bene quando, aprendo l’oblò della “mansarda” (il mio letto basculante) secondo i miei piani mi accorgo che il sole, in viaggio per sorgere, dipinge di rosa il cielo. Mi vesto in fretta e scendo per fare foto, che ovviamente sono meravigliose. Ne avrò almeno per tre quarti d’ora. Mi sorprendo ogni volta.
Stamattina le donne hanno in programma un breve giretto del paese mentre gli uomini restano un paio d’ore a fare manutenzione mezzi. Noi ce ne andiamo quindi a spasso per il centro storico: la Fuente de tres canos, che ricorda un candelabro barocco dalla struttura ottagonale, è l’omaggio a Joaquin del Piélago che finanziò il primo approvvigionamento di acqua alla cittadina. Su una delle due piazze principali si affacciano la Iglesia de San Cristóbal (iniziata nel 1648, in cui si venera il Cristo de Amparo, protettore dei pescatori e molto apprezzato dai cittadini) e l’Ayuntamiento Antigo, ovvero il vecchio comune (edificato nel 1780), soppiantato ufficialmente dalla struttura nuova che si affaccia su Corro Campíos (centro nevralgico della città, dove si svolgevano le attività della vita sociale, le feste e il gioco della palla).
 
Girando appena l’angolo ci troviamo all’ingresso del parco che conduce al Palacio de Sobrellano (realizzato dall’architetto catalano Joan Martorell su commissione dell’allora marchese di Comillas, Antonio Lopéz y Lopéz) che sovrasta i tetti dei “plebei”: un capolavoro di stile neogotico, a cui si affianca, nello stesso parco, la Capilla Pantéon, in stile gotico inglese. Il tempo di un giro attorno all’edificio, un po’ di foto e riscendiamo. Di fianco, lungo il paseo del parco, troviamo anche la Villa Quijano, conosciuta come il Capricho de Gaudì. Questo bizzarro edificio fu  progettato, manco a dirlo, dal visionario architetto catalano con la collaborazione di Cristóbal Cascante, su commissione del cognato del marchese di Comillas, ovvero il proprietario del’adiacente Palacio de Sobrellano, che da Gaudì aveva fatto invece realizzare gli interni della propria residenza (hai capito… insomma era tutto un magna-magna anche a fine Ottocento). Si tratta di un edificio in stile modernista di proporzioni ben più modeste dell’altro, che ben si adatta al dislivello del terreno, realizzato principalmente in mattoni gialli e rossi e decorato con piastrelle in maiolica con il tema dei girasoli. I profilo del tetto è reso spigoloso dalle piastrelle, e dona all’intera costruzione un’aria particolare, un incrocio tra un castello dei videogames in 2d degli anni Ottanta e uno del Lego. Peccato che la recinzione impedisca una bella fetta di vista, ma riusciamo comunque a sbirciare: che genio, quel Gaudì!
  
Alle 10.30 siamo di nuovo al camper, pronti per raggiungere Cabo de Peñas, uno dei picchi più a nord della penisola iberica, dove ci fermiamo per il pranzo vista mare, quasi faraglioni, quasi faro.
 
L’aria è tiepida ed il cielo abbastanza sereno, mi sento quasi in colpa a sapere che da noi in Italia sta diluviando… ma cerchiamo di goderci la vacanza! Dopo il caffè, quattro passi lungo la scogliera tra il sentiero sterrato e il camminamento attrezzato apposta per i turisti che si riversano lungo questo scenario quasi mistico. Tra l’altro, questa punta delle Asturie è una tappa del cammino di Santiago, infatti ogni tanto incontriamo gente che ha tutta l’aria dei pellegrini (un giorno anche io, promesso). Impazzisco: adoro questi paesaggi e scatto foto da ogni angolo. Peccato che, esauriti le angolazioni da cui fotografare il panorama, alle 15.30 ci rimettiamo in viaggio con destinazione Tapia de Casariego, dove abbiamo l’area di sosta attrezzata con vista, anche stavolta, “quasi” mare. E per oggi ci si ferma. Si fa il punto della situazione per l’indomani e, dopo cena, solita bisca mentre io mi leggo qualche e-book.

Domenica, 11 ottobre 2015 - km 69350
- da Tapia de Casariego a Cabo Fisterra (Cap Finisterre)
Rino Gaetano diceva che “il cielo è sempre più blu”. Qui ad ovest della Spagna invece la mattina il cielo è sempre più scuro, sempre più buio: oggi, tra le nuvole e il ritardo del sole dovuto alla latitudine, siamo a colazione e quasi non si è ancora fatto giorno. Faccio due passi fino al belvedere che costeggia la strada sotto al parcheggio, poi torno per aiutare ad espletare le necessità tecniche (carico/scarico acque – tutto gratis! – e pulizia baracca) e poi si riparte. Nel frattempo chiaramente si è fatto giorno, ma dura poco perché poi una pioggerellina fastidiosa ci accompagna per tutta la mattinata. A pochi chilometri dalla partenza, facciamo una fangosa ma piacevole deviazione alla Praia das Catedrais, detta anche “Praia das Augas Santas” in galiziano: una spiaggia con faraglioni alti anche venti o trenta metri che si stagliano lungo un chilometro di spiaggia, visitabili solo con la bassa marea (insomma si comportano un po’ come Mont-Sant Michel).

Peccato, essendo anche domenica, il carnaio di gente (e anche una coppia di sposi scesi lungo la scalinata umida per fare le foto in spiaggia, il vestito bianco con un palmo di sabbia bagnata, poveraccia!). Causa deviazione arriviamo a La Coruña solo all’ora di pranzo.
Un pranzo in netto ritardo sulla tabella di marcia, anche dovuto alla manifestazione sportiva che devia il traffico in zona stadio (quindi manda alle ortiche il lavoro del navigatore). pochi minuti dopo (ci consultiamo anche con un vigile che ci da indicazioni) risaliamo all’agognato parcheggio della Torre de Hercules, che comunque è pieno e ci costringe a fermarci ad un parcheggino piccolo adiacente, praticamente lungo la strada, tentando la mimetizzazione in mezzo ad altre macchine e un paio di camion. 
La pioggerellina ritarda e scombina un po’ i nostri programmi, infatti dopo il caffè riusciamo appena, tra una goccia e l’altra, ad arrivare a quella che chiamano Torre de Breogán o “de Hercules” (secondo la leggenda), ovvero l’unico faro dell’antichità che continua a funzionare. Fu costruito dai Romani nel primo secolo, originariamente era più largo perché aveva una rampa esterna per portare il combustibile per l’alimentazione fino in cima. Lungo la storia ha subito diverse modifiche strutturali, la più importante delle quali alla fine del Settecento. Io e il babbo, per la modica cifra di 4,50€ totali (io 3€ e i senior 1,50€), decidiamo di entrare a visitare il piano inferiore, adibito ormai a “museo” con i resti delle fondamenta di epoca romana, e la cima del faro, con i suoi 235 gradini. C’è anche una bella vista, infastidita dal cielo scuro.
Ritorniamo al camper ed arriviamo fino al Castelo de San Antón, giusto il tempo di un paio di foto perché non c’è posto per fermarci, e lasciamo la città (ci saremmo fermati volentieri un paio d’ore in più se fosse stato tempo buono!) per raggiungere entro sera Cabo Fisterra, la punta più ad ovest della Spagna. Tempo da lupi sulla AC-400 (che tra l’altro non è la strada migliore del mondo, ma sicuramente la migliore da La Coruña per il litorale ovest, dato che c’è un’autovia in costruzione ma non è ancora terminata): piove parecchio (questa è la sfiga che ci tirano da casa nostra!) e c’è anche nebbia, quindi bisogna andare piano. Insomma arriviamo a Cabo Fisterra, ci fermiamo su una piazzola a un chilometro dal faro ed immaginiamo un tramonto da favola che però, causa maltempo, non vedremo mai!

Lunedì, 12 ottobre 2015 - km 69665
- da Cabo Fisterra a Pontevedra 
Dopo una notte di pioggia incessante, finalmente stamattina il tempo sembra darci tregua. Ci svegliamo con calma e dopo colazione ci avviamo a piedi verso il Faro de Fisterra, sulla punta estrema del promontorio.
Qui molti pellegrini del camino de Santiago, come consuetudine, arrivano a fare i bagno nell’oceano alla fine del loro pellegrinaggio (infatti c’è un angolo di pietra, in fondo alla roccia con il faro che sovrasta il mare, annerito dal fuoco: qui i pellegrini bruciano i vestiti per “purificarsi” dalle fatiche del cammino). Poco prima, anche la pietra con la famosa conchiglia del pellegrinaggio, indicante il chilometro zero. Foto di rito sotto il faro e si riscende. Manca già poco alle 11 quando lasciamo Fisterra in direzione Santiago de Compostela. Passiamo Corcubión, Cee, Carnota e tutti i paesini della litoranea per ammirare un po’ di paesaggio, casette colorate, barche attraccate e soprattutto il mare che sta riprendendo i suoi colori sotto timidi raggi di sole. Verso Muros, dopo un’ora e mezza di litoranea infinita (abbiamo fatto appena 40 km con deviazione inclusa perché ci siamo appena appena persi), ci fermiamo per pranzo.
E il babbo finalmente se ne esce con la perla tormentone dei nostri viaggi: “Ehi… gira gira oggi è una settimana che siamo partiti…”
Alle 15 finalmente arriviamo all’area di sosta della cittadina galiziana simbolo del pellegrinaggio, per dare un’occhiata rapida al centro storico e alla famosissima cattedrale. Il parcheggio è a un chilometro e mezzo dal centro, costa 3,50€ senza pernotto (volendo, insomma, si può anche stare dalla mattina alle 8 fino a sera) e l’encargada all’entrata ci lascia anche una mappa della città. Percorriamo quindi la Avenida De Xoan XXIII ed arriviamo in prossimità della Igrexa de San Francisco con l’adiacente convento. Da lì a duecento metri, percorrendo poi l’animata via omonima, ecco apparire Plaza do Obradorio, sulla quale si affacciano gli edifici più importanti di Santiago de Compostela: Pazo de Xelmirez (il palazzo arcivescovile), Pazo de Raxoi (sede del Consiglio e della Presidenza della giunta) e la Casa do Dean, uno sfarzoso hotel in un edificio storico. Non dimentichiamo, ovviamente, la famosa Catedral, che però, puntellata e coperta da pannelli di obras, è assai deludente La piazza è gremita di pellegrini e gente di ogni età e nazione che si riversa poi all’interno della cattedrale, un vero carnaio.
Entriamo anche noi, da Praza das Praterias (sul lato posteriore) quasi spinti dalla folla. L’interno è molto bello, l’altare è opulento, con inserti in oro, e al centro della navata principale se ne sta appesa l’incensiera che a mezzogiorno viene fatta dondolare, come rito, da cinque persone.

Il centro storico di Santiago de Compostela, al di là del valore simbolico e religioso che le viene attribuito con il famoso pellegrinaggio, è molto armonico, con stili architettonici che abbracciano duecento anni di storia tra il barocco ed il neoclassicismo e ripresi da tutti gli edifici principali.
Usciamo su Praza da Inmaculada, proprio davanti al neoclassico Monastero di San Martin Pinario, e proseguiamo, perdendoci nelle vie, fino a Praza de Cervantes e, di seguito, Praza do Tortural fino ad uscire dal centro storico su Praza de Galicia.
All’inizio pensiamo di prendere il bus per tornare alla base, ma l’impresa è ardua e desistiamo dopo venti minuti, rientrando a piedi. Non può farci che bene!
Un po’ in ritardo sulla tabella di marcia (sono già quasi le 19) lasciamo Santiago in direzione Pontevedra, la nostra meta ultima per oggi, nonché tappa di domattina. Sono già le 20.15. L’area di sosta “quasi attrezzata” (tralasciamo l’inconveniente con la cassetta della cacca/piscia nella griglia!) è sterrata, ma gratuita. E comunque abbiamo una discreta vista fiume che ci delizia, tra l’altro, di un altrettanto discreto tramonto.

Martedì, 13 ottobre 2015 - km 69856
- da Pontevedra a Viana do Castelo
E’ poco più che l’alba in Galizia. Cioè, sarebbero quasi le 9 del mattino, ma siamo talmente ad ovest che un’ora di fuso orario ce la mangiamo così, senza far niente. Da domani, in Portogallo, sarà tutto diverso! E nel freddo della mattina partiamo alla scoperta di questa nuova città. Percorriamo circa un chilometro dalla zona Marin, dove il camper è parcheggiato, per arrivare ai bordi del centro storico ed iniziare la visita a questa cittadina di confine ha l'architettura della Spagna ed alcune peculiarità del Portogallo.

La prima cosa che vediamo è la Alameda Arquitecto Sesmeros, un lungo parco alberato su quale si affacciano, separati dalla pavimentazione della Gran Via de Montero Rios, i Xardins de Colón e il Pazo de la Deputación. Poco più avanti, le Ruinas de San Domingo, tempio iniziato nel XIII secolo, ormai monumento nazionale.
Di fronte, intorno a Praza de España, la Casa do Consello e la Subdelegación do Gobierno. Ma soprattutto, all’angolo della strada, la oficina de turismo, il posto ideale per prendere una mappa della città e cominciare ad orientarmi meglio!
Ci addentriamo nelle viuzze pavimentate e scopriamo piazzette e chiese in ogni dove: sicuramente il complesso più grande è la Igrexa de San Francisco, sui Xardins de Casto San Pedro, e grazioso anche il Santuario da Virxe da Peregrina (a cinquanta metri), di epoca tardo barocca.
Seguendo Rua de Isabel II arriviamo invece alla Basilica de Santa Maria A Maior, con l’imponente facciata irregolare e asimmetrica.
Seguiamo il Camino de Santa Maria per due o trecento metri e sbuchiamo sul lungofiume, proprio nei pressi del Ponte do Burgo, un bel ponte in pietra con una decina di archi che passa sopra il fiume Lérez. Rientriamo in prossimità del Mercado e da lì ancora per le viuzze fino a Praza da Pedreira e Praza de Mendez Nuñez.

In precedenza, quest'ultima era conosciuta come Plaza de las Gallinas poiché c'era un fiorente mercato di uccelli che si teneva lì di fronte alla grande Casa della Cruz y Montenegro, dove viveva il contrammiraglio Casto Méndez Núñez. La statua in bronzo che lo ricorda si erge al centro della piazza che, dall'inizio del Novecento (dopo la sua morte nel 1869 durante una battaglia in Perù) porta il suo nome.
Insomma, ottimo giro mattutino per questa inaspettata bomboniera di centro storico. Torniamo quindi alla base in perfetto orario per il pranzo, e alle 14 o giù di lì si riparte. Rifornimento viveri, appena usciti da Pontevedra, al Lidl che fa orario continuato e ci sbatte davanti (approvvigionamento misto di ogni genere alimentare, dall’insalata alla cioccolata), carico/scarico acque (dopo le incomprensioni con i tedeschi parcheggiati – guarda caso! – proprio davanti alla colonnina di carico acqua della piazzola, e grasse risate con l’acqua che scorre pianissimo) a Tui, giusto al confine portoghese, appena fuori dall’autovia, e nel pieno di un pomeriggio non ancora finito arriviamo a Viana do Castelo. Abbiamo spostato le lancette dell’orologio un’ora indietro, quindi recuperiamo un’ora e abbiamo tempo di decidere il punto più ideale del parcheggio (siamo nei pressi della Marina, anche qui vista fiume), e finalmente, dopo otto giorni, trovo anche una connessione internet che fa il suo dovere! Scendo poi, ottimista, alla ricerca dell’ufficio turistico in centro, a un chilometro dal parcheggio: indicazioni alla mano insufficienti, sfodero anche il mio miglior portoghese per chiedere informazioni, trovo finalmente la Praça da Erva, ma dell’ufficio turistico nemmeno l’ombra.
Rinuncio e torno al camper: cercheremo tutti insieme domani.
Io comunque passerò la serata a caricare le foto su Facebook.

Mercoledì, 14 ottobre 2015 - km 69964
- da Viana do Castelo a Braga
Mattina strana, stranissima.
Appena scesi per la perlustrazione della città, il babbo va nel panico perché, blindato il camper, si accorge di non avere le chiavi. Attimi di terrore, tentativi vani di aprire le porte con altre chiavi, poi la decisione estrema (prima di rompere tutto) di cercare un meccanico o un carrozziere che possa aiutarci con cacciaviti ed attrezzume vario (la nostra cassetta degli attrezzi, chiaramente, è imprigionata da qualche parte nel gavone, blindato anche quello). Mamma e gli altri si avviano alla ricerca dell’ufficio turistico. Io e il babbo disperato cominciamo a vagare a caso nei pressi del porto e troviamo un gommista: mi tocca esprimermi in un primitivo portoghese e spiegare la faccenda, e un ragazzo si offre, seppur con qualche perplessità, di aiutarci.

Torniamo al parcheggio: l’idea aprire la portiera con lo spago agganciando il pirulino della chiusura centralizzata non sortisce i risultati desiderati, così il ragazzo ci abbandona un secondo dicendo che tornerà con la solução. Nel frattempo, lanciando improperi a vanvera, il babbo tasta qualcosa nel suo inseparabile zaino a prosciutto… le chiavi. Insomma, dopo aver cercato invano per mezz’ora, le chiavi sono lì. Lascio a lui il compito di fare la figuraccia e spiegare l’accaduto al gentile ragazzo dell’officina.
(faccia in stile Emilio Fede. E 10€ per il disturbo)
Raggiungiamo Praça Da Republica, su cui si affacciano gli edifici più importanti della cittadina, come il Conselho Velho (la vecchia sede del Municipio, edificio risalente al XVI secolo), la Misericordia (edificio di fine Cinquecento, uno dei primi esempi di architettura rinascimentale manierista con influenze italiane e fiamminghe) e la Fonte, per secoli punto di approvvigionamento dell’acqua per la popolazione, e anche punto di riferimento urbano grazie alla sua posizione.

 
Mentre aspettiamo gli altri, arrivo alla vicina loja NOS (telefonia mobile) e con 10,50€ compro una scheda sim con 1GB di internet (8€ + 2,50€ di attivazione scheda che si tramuta poi in traffico elefonico). Ci ritroviamo con gli altri, cartine alla mano, e ci dirigiamo verso l’Elevador de Santa Luzia, che con i suoi 650 metri di cavo d’acciaio ci porta fino in cima al monte con la basilica omonima: la Basilica de Santa Luzia è bellissima, con i rosoni su tre lati, molto luminosa all’interno ma umile e raccolta.
La vista è spettacolare e arriva fino alla spiaggia sull’altro lato dell’estuario del fiume Lima. C’è odore di infinito… e voci pakistani che, come al Trocadero, cercano di rifilarci ciondoli e portachiavi di ogni genere!
Riscendiamo dando un’ultima occhiata in centro, poi ci fermiamo per pranzo lungo Rua da Bandeira facendoci abbindolare da un cartello “menù 5€”. Anche lì, difficoltà a capirci nonostante io stia tentando di rispolverare le mie reminiscenze portoghesi, ma ce la caviamo (peccato che il pranzo non sia un granché). Prima delle 15 siamo già in marcia per raggiungere Braga, la prossima meta, a circa 80 km. Per l’esattezza, raggiungiamo il Santuario do Bom Jesus do Monte. Il parcheggio è grande, alberato, gratuito e servito dall’ecobus che raggiunge il centro città in 15 minuti. Decidiamo quindi, senza esitazioni, di fermarci qui per la notte, ma prima di tutto si sale al santuario, che domina la città dall’alto con i suoi quattrocento e passa gradini.
Nonostante l’elevador, stavolta la lunga scalinata in pietra merita di essere fatta: tra una rampa e l’altra ci sono piccole cappellette col muschio sui tetti, mentre già si notano accenni di calçada portuguesa. Man mano che si sale, si scorgono 17 pianerottoli decorati da fontane simboliche, statue allegoriche e altre decorazioni barocche con tematiche diverse, dalla Via Crucis ai Cinque Sensi, dalle Virtù, lo Spiazzo di Mosè e, in cima, le otto figure bibliche che parteciparono alla Condanna di Gesù. La prospettiva in fondo alla scalinata è a perdita d’occhio.
Guardando al di sopra, le fontane decorate in granito sui diversi pianerottoli risaltano sul fondo bianco, formando un calice, sul quale “poggia” la chiesa propriamente detta. La boa vista ci ripaga delle fatiche, la scalinata illuminata dal sole è più che meravigliosa, ci sono composizioni floreali ovunque, e l’interno della basilica è completamente affrescato. Questo progetto di metà Settecento privilegiò lo stile neoclassico di ispirazione italiana, che inserisce l’imponente santuario nell’armonia del paesaggio del nord del Portogallo.
Becchiamo anche due coppie di sposi con i rispettivi fotografi (ti piace vincere facile... a quest’ora, attorno al santuario poi, il book sarà senza dubbio fantastico), poi gli altri riscendono con l’elevador. Io me la rifaccio a piedi.
E domani si riparte da qui, alla scoperta del centro storico.

Giovedì, 15 ottobre 2015 - km 70035
- da Braga a Matosinhos
Anche stamattina si esce presto.
Ore 8.30 operativi alla fermata del bus, a 200 metri dal parcheggio. Il n.2 ci porta gentilmente in centro in una decina di minuti.
La prima cosa che ci troviamo davanti, appena scesi sulla Avenida Central con l’aria frizzantina del mattino, è Praça da Republica, dalla forma allungata e leggermente triangolare. Giusto di fronte, la Igreja dos Congregados, una delle opere più emozionanti di André Soares. Ed il centro storico si apre tutto lì, davanti a noi, a partire dal Largo Barão S. Martinho con la fontana (attualmente spenta per pulizie) e la splendida Arcada, portico barocco dai 19 archi inserito nel contesto di urbanizzazione che la città di Braga subì dall’inizio dal Settecento. Al centro, cinquant’anni più tardi, fu eretta una chiesetta, la Capela da Nossa Senhora da Lapa.
Qualunque costruzione qui ha quel sapore tipico “portoghese”, basta girare angoli inaspettati per scoprire facciate di colorati azulejos ed edifici in pietra scura, dalla Sé Primacial, Santa Maria de Braga (ovvero la cattedrale principale) all’oratorio de Nossa Senhora da Torre, con un gioco di contrasti tra le facciate bianche e gli archi di pietra scura, dalla Câmara Municipal (che si apre sull’omonima Praça do Municipio, circondata da alberi con reggiseni appesi – dev’esserci qualche manifestazione, tipo “ottobre il mese della protesta femminile”) al Paço Archepisbal dos Braganças, alla Igreja do Hospital de São Marcos, affacciata sul fiorito Largo Carlos Amarante con la Igreja de Santa Cruz.

In un chilometro si concentrano edifici storici o semplicemente “belli”, barocchi e austeri.

Poi, ad un tratto, ecco che appare dietro una viuzza l’azzurro sprigionato dagli azulejos lucidi del Palácio do Raio, di pietra color sabbia che diventa d’oro sotto i raggi del sole (raio, in portoghese, significa infatti “raggio”). Riprendendo Rua do Souto, abbandonata dopo la , raggiungiamo l’Arco da Porta Nova, l’antico arco della fine del Cinquecento, che delimita l’ingesso (o l’uscita, dipende) del centro storico. I vari cruzeiros (piccoli obelischi in pietra con croci in cima) in giro per la città sono una costante del paesaggio urbano della città, la testimonianza di un tardo Rinascimento che già lascia indovinare i gusti architettonici che si andavano sviluppando.

Una città bellissima, Braga, che abbandoniamo con il bus intorno a mezzogiorno, dopo tre ore di buon cammino, per tornare al camper per il pranzo. Una città austera ed elegante, che riprende esattamente lo stile di tante città del nord del Portogallo. Una città che sotto il sole diventa anche birichina, perdendo un po’ di quella timidezza che la tiene sulle sue. Soddisfattissima io, e promossa a pieni voti lei.
Lasciamo quindi il parcheggio del santuario del Bom Jesus do Monte (passando per una strada poco più che mulattiera, in verità!) con destinazione Guimarães. Riconosciuta come culla della nascita dell’identità portoghese, questa città di origine medievale affonda le sue radici nel decimo secolo. Il centro storico, magnificamente conservato, è patrimonio dell’Unesco dal 2001.
In realtà però l’idea è quella di dare un’occhiata al Castelo (e al massimo l’adiacente Paço dos Duques) perché poi rischiamo di fare tardi: dovremmo avvicinarci a Porto prima di sera. Solo che, passando con il camper per arrivare al parcheggio del castello, ci si apre davanti tutto il centro storico! Ed è magnifico davvero. Chiesette in pietra e azulejos, case colorate, le une appiccicate alle altre tutte in fila come soldatini, tanti fiori. Quindi, dopo la visita al castello (gratuito per l’incomodo di trovare le obras di ristrutturazione e conservazione) ed il giro lungo il muraglione, lascio i miei a visitare il Paço dos Duques ed io scendo in città, a scattare foto “in rappresentanza”.
Attraverso Praça de S. Thiago ed arrivo sull’adiacente Praça da Oliveira, a bocca aperta. Bellissime entrambe, con casette che, se fossimo in Normandia, diremmo “a graticcio” (ecco, questo io da profana potrei chiamarlo “graticcio portoghese”). Su un lato della piazza, il vecchio Municipio con l'inconfondibile stile tanto caro a questa zona del Portogallo, proprio come quello di Viana do Castelo, con gli archi ad ogiva. Antistante l’ingresso della chiesa Nossa Senhora de Oliveira, sorge invece un pregevole monumento cittadino, un tempietto gotico commemorativo (il Padrão do Salado), che ricorda la vittoria di portoghesi e castigliani contro gli arabi. Si narra che il tempietto sorga sul punto in cui alcuni secoli fa si trovava un ulivo (da cui anche il nome della piazza e della chiesa…"da Oliveira"). Poi giù per Rua da Santa Maria, un vicolo lungo e stretto pieno di case, che sbuca sullo stupendo Largo da Republica do Brasil, un vialone largo pieno di fiori, come la Avenida da Liberdade de Braga. Una fontana in cima, aiuole curatissime ed una graziosa chiesetta in fondo, la Igreja e Oratórios de Nossa Senhora da Consolação e Santos Passos... come al solito un sobrio nome (conosciuta anche come São Gualter, decisamente meno altisonante). Sembra una chiesa delle favole, adoro questa pietra scura in contrasto con gli azulejos chiari, ma soprattutto questa lunghissima fila di fiori di ogni colore che ci sbatte contro.

Un’altra piccola Braga, una piccola Porto. Ci sono cose che solo gli occhi possono descrivere. Questo è uno di quei siti patrimonio che il nome nella lista dell’Unesco se lo sono meritato in pieno.
Quasi le 18 quando ci ritroviamo tutti al camper. Pianifichiamo l’arrivo a Matosinhos, sessanta km a sud e appena dieci km dalla “sorella maggiore”. Abbiamo le solite difficoltà col navigatore, autostrada sì, autostrada no, strade secondarie, imprevisti, strade strette, imbottigliamento nel traffico, ma alla fine riusciamo a fermarci nel parcheggio della feira cittadina. Peccato che non abbiamo idea di che paesino sia esattamente (trattasi comunque di estrema periferia nord di Porto). Due vigilantes ci consentono la sosta notturna, dicono che la zona è normalmente tranquilla e la polizia non fa grosse storie.
Gli aerei che passano sopra di noi fanno rumore: Porto è davvero vicina.

Venerdì, 16 ottobre 2015 - km 70137
- da Matosinhos a Vila Nova de Gaia
Siccome le sfighe non vengono mai da sole, ci svegliamo presto pronti per lasciare il parcheggio del mercato ma i nostri compagni di viaggio hanno problemi con il camper che non parte più. Perdiamo una giornata intera tra chiamate, carro attrezzi (gentilissimo il ragazzo che, tramite EuropAssistance, ci ha assistiti nel rimorchio del camper), officina meccanica autorizzata Fiat eccetera. Questo mio portoghese mi sta dando grosse soddisfazioni, tra cercare meccanici, gommisti, chiedere informazioni per occhiali e pomate in farmacia. Insomma, mi sta tornando utile, e mi ci impegno moltissimo! Le note positive della giornata sono state il pranzo da PizzaHut (con 6,95€ potevamo mangiare pizza e bere quasi a volontà), lo shopping da Primark e, soprattutto, l’aver trovato il campeggio tranquillamente, per tempo, con molta calma. In bassa stagione il prezzo qui è talmente irrisorio che decidiamo di fermarci direttamente dalla serata.
Gli altri recuperano il camper nel pomeriggio e decidiamo di andare direttamente a Vila Nova de Gaia, al Parque Campismo Salgueiros, a un paio di chilometri dall’omonima spiaggia. Il posto è carino e ben servito dal bus per Porto (una corsa costa 1,65€ e la fermata è appena fuori dall’imbocco del parcheggio) Docce con acqua calda, lavandini per il bucato e persino stanza per stirare, carico e scarico acque. Tutto per la modica cifra di 1€ a persona e 2,65€ per il camper. Ah, e non dimentichiamo 2,33€ (tutti sani!) per l’allaccio della corrente. Ok che è bassa stagione, ma per tre notti praticamente a Porto spenderemo 25€, cioè niente: meno di quanto spenderemmo una sola notte in qualunque altro campeggio di qualunque altra città con gli stessi servizi! Soddisfattissimi,
scarichiamo le acque, super doccia, cena, tv e nanna.

Sabato, 17 ottobre 2015 
- Porto
Tutti giù dal letto alla solita ora, ed operativi alle 8.50. Il bus, come detto, passa a 100 metri dal campeggio, ogni mezz’ora, e nello stesso tempo siamo in centro a Porto, al ternimal dei bus, a duecento metri dal Teatro Nacional São João. E da lì, da Praça da Batalha con l’austera Igreja de Santo Ildefonso, in pietra scura e tappezzata di azulejos bianchi e azzurri che formano scene e disegni, che iniziamo la prima parte del nostro tour di due giorni. Ed io la rivedo dopo undici mesi, eccola qui, la splendida Porto. La regina del nord del Portogallo, con il suo stile inconfondibile, barocco e serio, Porto dall’aria malinconica, affacciata sulla sponda destra del fiume Douro (o Duero, in spagnolo). 

Ci concediamo la visita alla , la cattedrale con la sua bellissima vista sui tetti della città: la sua costruzione risale al XII Secolo, così come la prima cinta muraria della città. All'esterno, ci sono ancora gli elementi del suo stile originale di chiesa-fortezza, come le due torri campanarie, benché nel corso dei secoli abbia subito (come moltissime opere architettoniche europee) rimaneggiamenti e restauri adattandosi ai diversi stili architettonici.
I contrafforti sulla facciata fiancheggiano il rosone originale, e sul lato sud del tempio si apre l'elegante chiostro gotico, con splendidi azulejos portoghesi azzurri del XVIII Secolo. Appartiene a questo complesso anche il magnifico edificio del Paço Episcopal (Palazzo Episcopale), costruito nel XII Secolo assieme alla Cattedrale, le cui dimensioni testimoniano il primo dominio ecclesiastico sulla città.
Percorriamo poi il ponte Dom Luis I a piedi, prima in un senso e poi nel senso opposto, e ci fermiamo al cais in mezzo ai turisti che animano la mattinata. Porto è anche così, selvaggia lungo la riva, con il vento violento che scompiglia i capelli e ti trascina le gocce del mare, umile nelle vie sconosciute al turismo e gioiosa lungo la Ribeira, con le casette in pietra, legno ed azulejos colorati.
Tutto a Porto è bellissimo. Risaliamo Rua da Alfândega e ci troviamo davanti la Estatua Infante Henrique, il Mercado Ferreira Borges e il Palacio da Bolsa sul lato sinistro.

La fame inizia a farsi sentire, così (sprovvisti di panini) ci concediamo un menu economico in una tavernetta sul Largo de São Domingos, dove un gentilissimo cameriere brasiliano ci serve. Alle mie domande, ci racconta che, laureato in architettura, al momento sta lavorando qua e là per “fazer caixa” perché ha intenzione di visitare l’Europa e starsene in giro per un annetto. Chapeau. Ovviamente, non aspettavo altro che tornare a Porto per mangiare la francesinha: è un tipico piatto portoghese fatto a sandwich, simile al croque-monsieur francese, dal quale deriva. Pare infatti che un emigrante portoghese, ritornato da Francia e Belgio, nel 1960 abbia cercato di adattare il croque-monsieur al gusto portoghese. Viene generalmente preparato con due fette di pane in cassetta farcite con salsiccia fresca, fiambre (un prosciutto cotto tipico del Portogallo), linguiça, salumi e una bistecca di manzo, il tutto ricoperto con formaggio fuso e infornato in una terrina di terracotta con un'abbondante salsa a base di pomodoro, birra e peperoncino. Facoltativamente, può essere servito su un letto di patatine fritte ed accompagnate in genere da un fino (bicchiere di birra alla spina). Una cosetta leggera, insomma. La digerirò dopodomani, ma non importa.

Il tempo varia continuamente, un attimo piove e un attimo dopo c’è il sole. Riusciamo ad evitare la gran parte della pioggia della giornata riparati dal gazebo dove facciamo pranzo, poi io e il babbo ce ne andiamo sull’electrico (come negarglielo…) mentre gli altri visitano il Palacio da Bolsa e l’opulenta Igreja de São Francisco, e poi si rientra alla base.
Ho promesso a Porto di tornare domani e farmi un’altra bella giornata insieme. Tralasciando i giri del n.15 dalla città alla nostra fermata (Paniceiro, a Vila Nova de Gaia – sul lato opposto del fiume) e le viuzze strette, io e il babbo invece scendiamo poco oltre il campeggio, ad una tal fermata sconosciuta nei pressi di un fantomatico Lidl. Date le difficoltà per tornare alla base col bus poco prima, optiamo poi per farcela tutta a piedi, dal supermercato al camper con le buste della spesa: quasi un chilometro e mezzo. La ricompensa dopo cena sarà un bel bicchiere di porto appena acquistato. Rosso, ovviamente.
Il Portogallo è quel posto in cui il vino è buono ovunque tu lo compri.
Persino all’hard discount.
Basta che sia un porto liquoroso e dolciastro da 19 gradi.

Domenica, 18 ottobre 2015
- Porto 
Purtroppo il cielo non promette niente di buono stamattina: ha piovuto a più riprese tutta la notte, e continua a gocciolare incessantemente. L’unica nota positiva è l’arrivo, intorno alle 8 mentre noi decidiamo il da farsi a colazione, di Domenico e Genny, un’altra coppia di camperisti con cui papà aveva preso contatto quando il viaggio era solo in abbozzo. Dopo le dovute presentazioni e la decisione sul da farsi, infiliamo il k-way, temerari, e usciamo dal camping per prendere il bus ed andare in città, imbacuccati come donne afgane.
  

Purtroppo il tempo non ci aiuta, riusciamo ad arrivare alla Avenida dos Aliados dopo aver accompagnato i nostri compagni di viaggio alla Estaçao de São Bento per acquistare il cartão Andante, valido per tutta la linea metro e autobus della città per 24 ore. Ci ripariamo qua e là sotto tende e pensiline, arriviamo alla Igreja e Torre dos Clerigos dove tra l’altro becchiamo un concerto d’organo (la pianista è anche italiana!), ed entriamo giusto per stare al riparo. Peggio degli sfollati. Pranzo con i panini portati “da casa” alla stazione (anche qui, peggio degli sfollati!), tra chiacchiere e fotografie, e subito dopo prendiamo il bus n.500 diretto al Castelo do Queijo, sul lungomare nord (anzi, lungoceano). E nel frattempo smette di piovere ed un timido raggio di sole inizia a farsi strada tra le nuvole. E così il forte si illumina, i k-way iniziano a volare via (sono bagnata fino alle ossa), il mare torna al suo colore. Facciamo quattro passi, compriamo caldarroste da un ambulante e scopriamo che la patina bianca che vediamo sopra le castagne è il sale che viene messo per dare più sapore, che con il calore si scioglie e penetra nel taglio della buccia, “se não, não sabe a nada”, ci dice il simpatico ambulante.
  
Riprendiamo il bus, lungo la strada sale il classico “matto del paese” che sproloquia da solo, ma quando lancia offese gratuite agli italiani (a causa dei tempi del fascismo) gli faccio notare che capisco quello che sta dicendo (in realtà capto qualche parola qua e là e ricostruisco i discorsi), alché abbassa un po’ i toni e discutendo di fascismo e politica me lo faccio amico (“discutendo” è un parolone, visto che il suo è principalmente un rapido monologo). E anche questa è andata. Saluto Porto, saluto il Ponte Dom Luis I, che attraversiamo al ritorno verso il campeggio, prometo voltar perché questa città mi piace molto. Chissà. L’ho detto anche al matto del bus: “mi piace il Portogallo, mi piace la tua città: avete tante cose belle, e il vino è buono!”. Si lamentava anche delle cantine di Vila Nova de Gaia che esportano in America e Canada quello più buono e lasciano gli scarti per la popolazione locale… Si lamentava di un sacco di cose, ma in realtà voleva solo che qualcuno gli desse spago, poco importava se io dicevo solo “pois…” e lo seguivo con la testa.
Alla fermata sul lungomare, a Praia dos Salgueiros, io, il babbo e Genny scendiamo per fare quattro passi a piedi. Rientreremo al campeggio mezz’oretta più tardi, dopo aver scattato cento foto alle onde dell’oceano Atlantico con il sole che ci regala un bel tramonto, dopo un’attesa di un giorno di pioggia

Lunedì, 19 ottobre 2015 - km 70211
- da Vila Nova de Gaia a Costa Nova do Prado
E’ ufficiale: abbiamo reclutato anche Nico e Genny e ci faranno compagnia nel prosieguo del viaggio: ieri sera tutti fuori in giardino a fare chiacchiere (mentre io sistemavo le foto scattate a Porto) e hanno persino brindato con uno spumantino (e io dov’ero? Ah già… a sistemare le foto!). Stamattina, dopo la ricognizione da Lidl, si scende verso Aveiro, bel borgo di pescatori definito la “Venezia portoghese”.
L’area di sosta camper è a poche centinaia di metri dal centro cittadino, pranziamo e subito dopo andiamo in avanscoperta: qui le casette e gli edifici più antichi si fondono perfettamente con il rinnovo urbano e conservano il loro fascino. La calçada portuguesa già caratterizza i marciapiedi e la piazza, mentre case ed edifici abbandonano l’eleganza austera del nord del Portogallo per avvicinarsi allo stile delle città del centro. C’è di nuovo il sole, la giornata è bella e tiepida, già lontanissima dal tempaccio di Porto.
Piccola curiosità: questa città di circa 70 mila abitanti a ridosso del mare è gemellata con Forlì e, guarda caso, con Venezia (alla quale assomiglia).
Un bel canale sta quasi a dividere il bairro dos pescadores, cioè la parte più vecchia della cittadina, dalla zona nuova. L’acqua scorre piano sotto i moliceiros, queste tipiche imbarcazioni che ricordano le gondole veneziane e i luzzis di Malta. Sono barchette in legno di pino e con propulsione tradizionale a vela o tirata da una fune (ora comunemente rimpiazzate da un motore): serviva in origine per il trasporto di vegetali, raccolti dai fondali marini, di merci e di bestiame, ma ora costituisce ora soprattutto un'attrattiva turistica... proprio come le gondole!
 
Si caratterizza per i colori variopinti e per la prua inarcata, che viene decorata solitamente dagli stessi pescatori con disegni che raffigurano solitamente scene di quotidianità o simili, che devono avere un carattere di unicità che distingue una barca da un'altra. L'attività di costruzione è peraltro un'attività artigianale limitata ad un pakio di comuni limitrofi e si tramanda di padre in figlio.
La piccola carovana si sposta pochi chilometri oltre, al farol de Barra, ovvero il faro di Aveiro, il più alto del Portogallo.
La spiaggia sulla quale svetta è lunghissima, quasi deserta, illuminata da un cielo abbastanza pulito, con nuvole non minacciose in lontananza. L’ideale per togliere le ballerine e buttare i piedi sulla sabbia e nell’acqua fredda, anche solo per un minuto. Poi scatta il toto-faro: quanto sarà alto? Scopriamo che si tratta di appena 62 metri e quasi rimaniamo delusi. Altro giro, altra area camper in posizione estremamente privilegiata a Costa Nova do Prado, rinomata località balneare nella circoscrizione di Aveiro. La particolarità di questa zona sono le case, a righe, coloratissime e arzigogolate, tutte diverse tra loro ma in fila e ben ordinate, soprattutto quelle fronte mare lungo la Calçada Arrais Ançã: un’esplosione di colori che è un piacere fotografare.
Giriamo giusto un’oretta, poi torniamo alla base, dietro alle dunette di sabbia che delimitano il parcheggio e ci separano dalla bellissima spiaggia. E da qui, anche stasera, ammiriamo il sole che se ne va, colorando il mare e il cielo come solo lui sa fare, sia la sera e la mattina.
Penso proprio che questo Portogallo stavolta mi regalerà dei gran tramonti.

Martedì, 20 ottobre 2015 - km 70297
- da Costa Nova do Prado a Nazaré
Dopo una consulta serale in cui abbiamo, ahimé, già iniziato a fare la conta dei giorni per capire come farci stare dentro tutto quello che vogliamo vedere, abbiamo deciso di tagliare fuori Coimbra per dare precedenza a Fatima, quindi stamattina, operativi alle 8.30 in punto, si parte in direzione santuario, 150 km più a sud. La N230 scorre via abbastanza bene, zero intoppi tranne per trovare il parcheggio delle autocaravanas, per il quale perdiamo venti minuti. Partiamo per la visita, mentre Domenico rimane al camper… e in realtà non sbaglia niente: la mezzaluna di colonne attorno alla basilica centrale è impalcato: obras in corso fino al 2017 (anno in cui ricorre il centenario dell’apparizione della Vergine ai tre pastorelli, sarà un grande evento). Io speravo di trovare la basilica aperta (dato che lo scorso anno in questo periodo era già in ristrutturazione)… invece non solo è chiusa per lavori, ma hanno anche chiuso mezza piazza, quindi non si può circolare nemmeno lungo il colonnato. Insomma, buco nell’acqua, tempo perso e alle 13 tutti a pranzo.
Deviazione pomeridiana non prevista: il convento dell'Ordine di Cristo, Tomar, monumento patrimonio dell’Unesco a venti km dal santuario di Fatima. L'affascinante edificio, costruito nel XII Secolo, fu originariamente una fortezza appartenente ai cavalieri templari. E che fai, non ci fai una scappatella? A parte le difficoltà per arrivare (in paese c’è la fiera ed è pieno di sensi unici), alla fine rimaniamo tutti soddisfattissimi: in primis, in bassa stagione si può parcheggiare praticamente ovunque (c’è un parcheggio a dieci metri dall’ingresso), il biglietto costa 6€ ma per gli over 65 c’è il 50% di sconto (cinque su sette passano praticamente da “pensionati”), e soprattutto la fortezza racchiude un incantevole monastero in pieno stile manuelino, tipico di Lisbona e dintorni.
Nel 1118 due cavalieri francesi ottennero dal re cristiano di Gerusalemme il benestare per fondare un'istituzione religiosa che avesse come scopo la possibilità di fornire cure ed alloggio ai pellegrini che arrivavano ogni anno in Terra Santa. Dieci anni dopo la confraternita era già di fatto divenuta un'importante congregazione di "monaci-cavalieri", e quando venne legalizzata dal Papa conobbe una vertiginosa ascesa, poiché la decisione papale, oltre a comportare una serie di agevolazioni, benefici ed esenzioni, era un'eccezionale lettera di presentazione per monarchi e governanti europei: gli appartenenti all'Ordine erano denominati templari.
 
Il castello dei templari di Tomar venne costruito dal capo provinciale dell'Ordine dei templari, attorno al 1160. Alla fine dello stesso secolo il castello venne scelto come quartier generale dell'Ordine in Portogallo, e fece parte del sistema difensivo creato dai templari per difendere i confini del regno cristiano dall'aggressione dei Mori. L'ordine dei templari venne soppresso in quasi tutta l'Europa nel 1311-1312 per volere di papa Clemente V, ma questo non arrestò la crescita del convento: furono aggiunte navate alla chiesa, apportate migliorie ed inserite decorazioni da tutti coloro che negli anni e secoli seguenti furono legati in qualche modo all'Ordine.
Il convento è uno dei monumenti storici ed artistici più importanti del Portogallo, e fa parte del patrimonio dell'UNESCO dal 1983. Con i vicini monasteri di Batalha e Alcobaça forma infatti il “trio” dei monasteri più suggestivi a nord della capitale. Ed infatti è al monastero di Batalha che ci dirigiamo una volta fuori dal castello. Peccato che arriviamo tardi ed è già chiuso, quindi ci si accontenta di vederlo da fuori. Anche questo è un capolavoro in stile manuelino, che svetta immenso in una grossa piazza racchiusa dal paese. Un po’ come la Piazza dei Miracoli di Pisa. Intorno, solo qualche bar e case “normali”. E in mezzo questa cosa enorme, illuminata dal sole che la rende dorata. Spettacolare.

Dato che l’area di sosta camper a lato della piazza (con possibilità di pernottamento e una quindicina di posti) è piena, optiamo per il carico/scarico (gratuito) e ripartiamo, purtroppo un po’ tardi, in direzione Nazaré. L’unica cosa che ci risulta nei brogliacci, a parte campeggi costosi che non valgono la pena, sono un paio di punti sosta: uno è piccolo, in cima ad una scogliera con fondo sconnesso, che raggiungiamo attraverso una strada ripida. È buio ed il nero del mare ci mette un po’ ansia, quindi vaghiamo un po’ con le nostre coordinate alla ricerca dell’altro punto sosta, che risulta essere al porto. Nel frattempo passiamo lungo altri grossi spazi vuoti adibiti a parcheggio delimitati però da sbarre troppo basse per far passare i camper. Mi ricorda Nizza e Cannes, che non sapevamo dove fermarci. Alla fine, dopo tanto vagare inutile, ci fermiamo nel parcheggio dello stadio, teoricamente anche questo vietato (col segnale apposito!) a caravanas e autocaravanas. Distrutti e incavolati per il lungo girovagare al buio, ce ne freghiamo, pensando che se diamo fastidio ci sveglieranno!

Mercoledì, 21 ottobre 2015 - km 70596
- da Nazaré a Cabo da Roca
Stamattina operativi mezz’ora prima del solito, il che mi rende ancora più intrattabile. Domenico ha trovato un’area a Nazaré che ieri sera ci avrebbe fatto comodo, quindi scendiamo con il camper per dare un’occhiata. Com’era prevedibile, il parque de estacionamento indica chiaramente il divieto di accesso a camper e roulottes, ma ne troviamo parecchi parcheggiati. Forse è un divieto che vale solo in estate. Comunque siamo vicino alla Praia de Nazaré, proprio sotto alla scogliera da cui siamo scesi, quella che abbiamo percorso ieri sera al buio senza capire dove fossimo.
 
Io abbandono gli altri che se ne vanno al mercato ortofrutticolo e opto per l’ascensor, una funicolare con una pendenza del 45%, che dalla spiaggia risale al sitio, la parte vecchia del paese. L’aria è fredda, meno male che ho messo la felpa. Un muretto bianco circonda il crostone di roccia su cui si ergono le casette bianche, con qualche sprazzo di colore tenue qua e là, e i vicoli acciottolati, ordinatissimi. La falesia si sporge sopra un mare azzurro e calmo (peccato, io speravo nelle famosissime onde di Nazaré!), la vista è speciale e si estende lungo i due lati.

Scendo quasi fino al farol, poi torno indietro (altrimenti faccio tardi sull’orario previsto) e riscendo con la stessa funicolare. Rientrata al camper, ci dirigiamo verso Óbidos, paese arroccato tra le montagne racchiuso da un muro medievale. In poco meno di un’ora raggiungiamo l’area (stavolta mandiamo avanti Domenico), comoda e praticamente gratuita (2€ forfettari per la giornata senza pernottamento), proprio sotto le mura di cinta.
  

Paesino spettacolare che merita davvero una sosta, tante foto e occhi puntati ovunque. Resto esterrefatta quando, entrando dalla Porta da Vila, si apre un groviglio di strade acciottolate, case bianche e luminose e coloratissime bouganvilles appese. Una gioia per gli occhi. E non dimentichiamo che l’originale ginjinha portoghese (liquore dolce a base di ciliegie, simile al ripieno di un mon chéri per capirci) viene prodotta proprio qui, dove peraltro viene servita (in qualunque bar e chioschetto fuori dalle lojas che attirano i turisti) in un bicchierino di cioccolato fondente. Un tripudio di golosità che io e il babbo non ci lasciamo scappare. E peccato solo uno.
Poco dopo, noi e Genny ci facciamo anche un bel giretto delle mura di cinta, un camminamento stretto in pietra ormai levigata da tempo e passi, ma perfettamente conservato, dal quale si ammira tutto l’interno del paese, i tetti disordinati ma compatti, fiori ed edera. Bellissimi merli di pietra circondano la cima delle mura, le torri ci mostrano la loro faccia più antica. Un vero sogno.
  

Riscendiamo al camper per pranzo e ripartiamo da Óbidos verso le 14.30 diretti, finalmente, verso il selvaggio ovest del mondo. Dopo i primi trenta chilometri, la litoranea scopre l’abbozzo di falesia (che prosegue fino a Cabo da Roca), con le varie calette sabbiose dove i surfisti si ritrovano (e dove, al momento, c’è gente in costume!), come Ribeira d’Ilha, con la lunga scalinata in legno che dalla strada (con uno spiazzo per fermarsi a fare foto) conduce giù fino in spiaggia.
 
Un bel sole caldo ci accompagna lungo i paesini, scopriamo il gigantesco Palacio Nacional de Mafra su una collinetta sulla sinistra. Il babbo commenta le differenze tra questi paesetti e Nazaré: qui troviamo aree di sosta camper ovunque (tipo Odrinhas), mentre stamattina c’era un divieto per caravanas e autocaravanas in ogni parcheggio! La strada prosegue tortuosa per un’altra trentina di chilometri fino a scoprire, finalmente, il mare. Come svegliarsi un anno fa.

O svegliarsi esattamente un anno dopo, e ritrovarsi (almeno io) ai piedi di quello stesso faro, percorrendo su e giù quella stessa scogliera di 140 metri d’altezza sul mare azzurrissimo, con il sole in faccia e i pellegrini a frotte a scattare foto sotto la pietra che indica il punto più occidentale d’Europa, “onde a terra se acaba e o mar comença”, come disse Luis de Camões. Parcheggiamo nello spazio proprio di fronte al bar ristorante e al negozio di cianfrusaglie, benché sia “reservado” (ma in bassa stagione non diamo fastidio a nessuno). Ce ne andiamo a spasso lungo rocce e sentieri per almeno due ore, poi uno spettacolare (affollato) tramonto e la cena.
E il cielo che diventa sempre più rosa, più rosso, più scuro.
 

Ed il faro che si accende, ed il vento che si alza freddo. E le stelle.
Ed il silenzio che ci accompagna.

Giovedì, 22 ottobre 2015 - km 70738
- da Cabo da Roca a Sintra
Attorno alle 8 lasciamo lo splendido panorama di Cabo da Roca, direzione Sintra.
Nonostante i quindicimila parcheggi segnalati nel nostro brogliaccio, giriamo praticamente a vuoto un’ora e mezza: tra coordinate sbagliate, stradine tortuose e parcheggi inesistenti perdiamo tantissimo tempo. Alla fine ci piazziamo temporaneamente nel parcheggio di Portela, terminal degli autobus a poche centinaia di metri dalla stazione. Faccio una “capatina” di mezz’ora alla stazione e chiedo informazioni. Scopro che c’è un parque autocaravanas vicino al centro polivalente Sociedade União 1º Dezembro, che non avevamo preso in considerazione perché ci sembrava scomodo. In realtà si rivela perfetto: 5€ al giorno, notte compresa, nessuna aggiunta di prezzo per carico e scarico. Karina, la ragazza che lavora all’area (“casa e bottega”, dato che tra l’altro abita lì a pochi metri) ci rilascia un bigliettino per il parcheggio.

Il bus circolare n.433 Scott Urb passa a 200 metri dal campo sportivo, di fianco ad un distributore di benzina BP, e con 1,10€ ci porta in centro, al terminal dei bus. La prima cosa che vediamo, a pochi passi dalla fermata, è l'originale Câmara Municipal de Sintra, ovvero il municipio, decisamente insolito. L'ampio marciapiede della promenade, che parte dalla stazione e si snoda per circa un chilometro e mezzo fino al centro storico, è adornato da originali sculture in marmo, fino davanti al Palacio Real (o Palacio Nacional, ribattezzato per oggi “il palazzo cornuto”, per via dei lunghi comignoli a forma di cono).
  
Sintra non delude: a parte l’eccessiva folla, è sempre il paese delle favole che ricordavo, con le viuzze e gli splendidi panorami sul Monte da Lua e le varie quintas disseminate tra i boschi. Mi innamora sempre.
Dopo alcune difficoltà, riusciamo a fare il biglietto per il bus n.434 che esegue il Circuito da Pena, ovvero il trasporto “hop on-hop off” per il Palacio da Pena e il Castelo dos Mouros, per cui acquistiamo i biglietti (non economici, ma meritano una visita e l’ufficio turistico offre anche varie tipologie di biglietti combinati).
Il Palacio Nacional da Pena è una delle principali attrazioni turistiche di tutto il Portogallo, nonché il simbolo di Sintra, e costituisce un pregevole esempio di stile architettonico romantico del XIX Secolo.
Arroccato su un promontorio a 450 metri sul livello del mare, presenta splendide terrazze dipinte in colori vivaci (soprattutto il rosso ed il giallo lo rendono ben visibile anche da lontano), bastioni decorativi e statue a tema mitologico, il tutto in netto contrasto con la vegetazione lussureggiante dei boschi del Parque de Pena.
  
Gli interni del palazzo sono altrettanto ricchi di fascino e sono stati restaurati attenendosi all’arredamento e alle decorazioni del 1910, quando la nobiltà portoghese si rifugiò in Brasile per sfuggire alla rivoluzione. Il Palacio da Pena è circondato da terreni boscosi ricchi di sentieri nascosti, decorazioni mistiche e splendidi punti panoramici, in linea con gli ideali romantici. Per visitare le terrazze e i bastioni, la parte decisamente più caratteristica, è sufficiente il biglietto d’ingresso più economico, che non include i saloni del palazzo.
Subito dopo, io ed il babbo ci addentriamo invece nel parco fino al Castelo dos Mouros (il Castello dei Mori). In realtà è un castello in rovina, situato tra le lussureggianti foreste della Serra de Sintra ma resta una delle principali mete turistiche della città. Fu costruito nel corso ben prima dell'anno Mille, dai mori nordafricani per proteggere la cittadina di Sintra, ma cadde in rovina dopo la conquista cristiana del Portogallo.
  
Secoli avanti, il terribile terremoto del 1755 rase al suolo la maggior parte dell’edificio ma grazie a Fernando II, re amante dell’arte e del teatro, le mura furono ristrutturate con lo stile romantico tipico dell’Ottocento, che lo trasformò in uno splendido tratto distintivo dei giardini del Palacio da Pena e dando a Sintra una nuova forma, ricca di celebrità. Il castello restaurato ha mantenuto il fascino di un’antica rovina, circondata da una fitta foresta e da bastioni fatiscenti che offrono viste spettacolari sulla regione di Sintra.
Torniamo alla stazione e prendiamo tutte le info necessarie e gli orari di bus e treni per domani: abbiamo deciso che l’area camper sarà la base per raggiungere Lisbona: 1€ di bus per arrivare in stazione a Sintra, il treno poi costa 2,40€ a tratta (con meno di 5€ andiamo e torniamo), ci sono treni ogni mezz’ora circa e ti scaricano in pieno centro. L’unico campeggio della capitale risulta invece molto defilato ed estremamente costoso per i servizi che offre. Quindi sai che c’è, noi restiamo qui per tutto il weekend.
Nel paesino delle favole.
E prendiamo il treno per andare a Lisbona, adottando così il famoso “metodo Partille”.

Venerdì, 23 ottobre 2015 - km 70778
- da Sintra a Lisbona
Secondo i piani, partiamo alle solite 8.30 dalla base e raggiungiamo la fermata del bus. Peccato dover aspettare fino alle 8.55 per prenderlo: quello precedente è appena passato! Per problemi di viabilità perdiamo anche la coincidenza con il treno delle 9.10 e lo prendiamo dopo mezz’ora. Insomma, dopo mille attese alle 10.20 siamo in centro.
Capolinea Rossio, altrimenti detta Restauradores, stazione dalla strepitosa facciata barocca. Appena mettiamo il naso fuori siamo già a Praça dos Restauradores, con il grande obelisco nel mezzo e la calçada portuguesa dai mille disegni, costruita con i detriti bianchi e neri rimasti dopo il terremoto del 1755 che rase al suolo l’intera città. I segni di quella tragica catastrofe si vedono anche nell’affascinante Igreja do Carmo, antica cattedrale, restaurata ma mai davvero ricostruita, proprio per rendere indelebile quel giorno, quasi un omaggio ai cittadini morti durante la messa che si stava celebrando quando il terremoto fece crollare il soffitto. Di quel 31 ottobre restano le volte gotiche, perfettamente intatte, ed un cielo aperto. Ed ecco Praça Dom Pedro IV, meglio conosciuta come Praça do Rossio, con l’obelisco e le due fontane gemelle, e la calçada portuguesa ondulata.
E’ come svegliarsi un anno fa, o un anno dopo. E’ tornare indietro pensando a quante cose ho lasciato in questa città solo l’anno scorso. Vicoli, strade, gli azulejos del quartiere dell’Alfama, l’unica parte di Lisbona rimasta pressoché intatta nonostante il terremoto, la (che più che una cattedrale sembra una fortezza, ed in effetti fu costruita con un duplice scopo, religioso e difensivo) la statua di Fernando Pessoa davanti al Café Brasileira in Rua Garret, uno dei miei luoghi del cuore. Credo che ognuno di noi abbia "un luogo del cuore": il mio, lo scorso anno quando sono stata a Lisbona per tre mesi per un Progetto Leonardo (inerente al turismo), era questo. Ci passavo spesso, in Rua Garret. Prendevo un caffè in questo bar tanto caro a Pessoa, conoscevo le viuzze a memoria. Pensavo e camminavo, continuamente.
 
Riscendevo verso il lungofiume, attraversavo la rua rosa dei locali della movida portoghese, ovvero Rua Nova do Carvalho, in prossimità di Cais do Sodré (il terminal fluvial per raggiungere l’altra sponda del Tejo), e camminavo. Camminavo almeno un paio di chilometri, fino a tornare all’immensa Praça do Comercio sempre piena di artisti di strada, bolle di sapone, turisti e vita.
Io l'ho amata, questa città, l'ho amata in ogni ciottolo, in ogni filo del tram, in ogni goccia del Rio Tejo.
  
Le vie della Baixa Pombalina, pavimentate, ognuna diversa, il miradouro de Santa Luzia, uno degli angoli più romantici e pittoreschi di Lisbona: una terrazza sotto un pergolato fiorito di bouganvilles, circondata da giardini e ricoperta di azulejos che si affaccia su un panorama senza eguali: il Tago, le antiche mura arabe e la distesa dei tetti dell’Alfama.
 
E ancora mille cose da vedere. Ma a me stavolta non importa. Non bastano due giorni, per innamorarsi di questa città. Ed io che l’ho conosciuta ed assaporata, adesso ho solo bisogno di respirarla.
Comunque, la base che abbiamo trovato a Sintra per andare a Lisbona è perfetta.

Sabato, 24 ottobre 2015
- da Sintra a Lisbona
Ore 8.30. E’ arrivato il momento dei saluti: Domenico e Genny raggiungeranno l’Algarve in serata (i nostri programmi sono più itineranti che balneari, quindi ci dividiamo, sperando di rivederci prima della fine della nostra vacanza da qualche parte in Spagna). Situazione meteo: anche oggi il tempo non ci fa sconti: le nuvole grigie coprono il cielo per tutto il giorno. Il treno per Lisboa-Rossio parte ogni ora (è sabato!), quindi decidiamo di prendere quello per Lisbona-Oriente perché l’attesa è minore. Ci fermiamo a Sete Rios, coincidenza con la linea blu della metro. Qui ci si divide: i miei ed i loro amici seguiranno per Santa Apolonia, capolinea sud, da dove raggiungeranno la Feira da Ladra (mercatino di usato e antiquariato nel Campo de Santa Clara ogni martedì e sabato) e lì a fianco il Panteão Nacional (che merita una visita anche solo per i bellissimi pavimenti in marmo e la vista dalla cupolona) e la Igreja de São Vicente de Fora, la più antica di Lisbona, immersa nell’Alfama.
A forza di girare per le stradine ripide del vecchio quartiere della capitale, troveranno la via per la Baixa Pombalina e poi per Praça da Figueira, con un’infinita attesa per il tram n.15 in direzione Belém, il quartiere “manuelino”. Purtroppo la circolazione è congestionata, i mezzi di trasporto procedono a rilento estremo (o addirittura alcuni scompaiono!). Indi per cui, i miei partiranno tardissimo per raggiungere Belém e, per non perdere poi le coincidenze con il treno e il bus, si faranno anche una corsetta tra il Mosteiro dos Jéronimos, il Padrão dos Descubrimentos e la magnifica Torre de Belém.
Ed io?
Io mi dissocio: inutile, per me, scegliere qualcosa da vedere a Lisbona. In due giorni non si può.
Esco sulla mia Avenida da Liberdade e, per prima cosa, faccio un saluto all'elevador da Gloria, la graziosa funicolare "a forma di Carris" (ovvero il tram bianco e giallo). Passo nelle vie parallele alle piazze principali e mi perdo tra i negozietti di Largo de São Domingos. Io oggi vado a compere, passando per le vie non battute dai turisti, quelle che conosco perché qui ci ho vissuto.
Oggi opto per vagare senza meta, fermandomi nei negozi che più mi aggradano, come facevo lo scorso anno durante i giorni liberi. Camminare per ore, perdermi per le vie, ritrovarmi in altre, e tornare la sera, stanca, piena di buste della spesa.

Domenica, 25 ottobre 2015 - km 70778
- da Sintra a Sagres
Con un’ora di sonno in più (è cambiata l’ora anche qui e siamo tornati tutti all’ora solare), tutti freschi e riposati, espletiamo le solite operazioni di carico e scarico acque e, a tempo record (prima delle 8.45 siamo già per strada) salutiamo Sintra. Ma prima di lasciare Lisbona diretti verso l’Algarve, decidiamo di fare un salto al Cristo Rei, sul lato opposto del Tago, nel quartiere di Almada. Con il camper, tra una cosa e l’altra, ci vogliono almeno 40 minuti. Il passaggio sul Ponte do 25 de Abril (realizzato dalla stessa impresa di costruzioni americana che costruì il Golden Gate di San Francisco), nonostante il brutto tempo, è particolarmente suggestivo, così come la vista dal parco con la gigantesca statua del Cristo redentore.
La storia della sua costruzione risale al 1934, quando l’allora vescovo di Lisbona, di ritorno da un viaggio a Rio de Janeiro, volle la stessa statua sul lato opposto della capitale. La giunta vescovile però non era molto d’accordo, e qualche anno trascorse finché, con l’arrivo della guerra, fu stabilito che se il Portogallo fosse stato risparmiato, la statua sarebbe stata costruita. Il Portogallo non entrò in guerra, e questo fu interpretato come segno inequivocabile. Io comunque, più che l’immenso Cristo sulla pietra, ammiro l’imponente ponte rosso, così vicino che sembra quasi sia possibile toccarlo, così immobile e gentile che sembra quasi galleggiare sull’acqua del fiume.
Adesso siamo davvero pronti a salutare Lisbona.
Peccato che sbagliamo l’imbocco dell’autostrada e siamo costretti a una deviazione che ci fa perdere un sacco di tempo, senza contare la rielaborazione del percorso che poi ci manda verso una strada buona, ma secondaria rispetto alla prima opzione. Insomma, all’ora di pranzo siamo sì e no a sessanta chilometri appena da Lisbona. Forza e coraggio, per raggiungere l’Algarve ne mancano solo 250. Sosta da Lidl subito dopo il caffè per generi alimentari di primissima necessità (pane, latte, acqua… e le solite dieci stecche di cioccolata) e il peluche della raccolta punti in corso nei Lidl portoghesi, il cogumelo.
Il pomeriggio scorre così, tra pioggerellina e biscotti, a 50 km/h, in mezzo al Parco do Sudoeste Alentejano e Costa Vicentina. E’ anche tornata l’ora solare, quindi alle 17.30 è già buio (il tempo poi non aiuta), e alle 18 o poco più siamo a Sagres, a pochi chilometri dalla meta, ma siamo abbastanza smagati e decidiamo di fermarci nell’area dedicata alle autocaravanas nel parcheggio dell’Intermarché. Tre o quattro posti appena, asciutti e coperti. Per fortuna, aggiungerei, dato che nella notte si scatena il diluvio universale!

Lunedì, 26 ottobre 2015 - km 71118
- da Sagres a Portimão
Il pastel de nata (o pastel de Belém) è un famoso pasticcino portoghese a base di pasta sfoglia e uova. Il dolce, oltre che in Portogallo, è diffuso in tutti i paesi di lingua portoghese (come il Brasile, l'Angola, il Mozambico, Capo Verde... e potremmo andare avanti per un po'!). Inutile decantarne il sapore, tanto bisogna provarlo: vale anche la pena fare duecento ore di fila davanti alla pasticceria di Belém, da dove provengono quelli migliori dell'intero Portogallo.
E così anche noi stamattina, dopo 150 ore di sonno, alle 8 siamo già colazionati con i pasteis de nata comprati a Lisbona, e in partenza verso la meta che avremmo dovuto raggiungere ieri sera, ovvero il Cabo de São Vicente. Le nuvole coprono ancora il cielo, ma si vedono squarci d’azzurro. Dopo l’acquazzone di stanotte non pensavamo nemmeno di rivedere il sole, quindi ci accontentiamo. In venti minuti siamo ai piedi del faro e vediamo i primi abbozzi di scogliera da cartolina, ma ancora siamo lontani da quelle calette che ho sempre visto nelle foto dell’Algarve.

Subito dopo, tornando indietro dalla punta estrema del sud del Portogallo, altra sosta al Forte de Beliche, vecchia fortificazione arroccata su una scogliera, con un percorso che scende fin quasi al mare, ma senza spiaggia. Parcheggio comodo giusto sotto le mura.
 
Più avanti, la Fortaleza de Sagres, e sono solo le 9.45. Sarà che è ancora presto, sarà che c’è pochissima gente, ma camminare sulla scogliera priva di protezioni, a picco su una spiaggetta di sabbia rossa, finalmente fa il suo effetto. Tira un po’ di venticello, ma il sole picchia forte. L’adiacente Praia do Tonel è ancora popolata da surfisti, così mentre gli altri visitano la fortezza, io scendo in spiaggia e ne approfitto per fare foto e cercare di scavalcare le rocce alla scoperta di qualche caletta.
Questa bella mattinata di sole è lunghissima. Merito della partenza quasi all’alba, forse. Risaliamo a bordo e torniamo all’Intermarché di Sagres per il carico/scarico del’acqua (i gettoni sono in vedita dalle 8.30 nel chioschetto adiacente), ed entriamo giusto per comprare il pane (e poi in realtà buste di insalata sotto le ascelle, sedano, carote e barattoli di piselli in braccio e prendiamo a calci la carta igienica fino alla cassa). La N125 scorre per pochi chilometri, dopodiché ci fermiamo vicino in un parcheggio vicino a Praia de Salema per il pranzo, e prima delle 15 siamo già a Lagos, la “culla” dell’Algarve, la super fotografata, la gettonatissima meta turistica del sud del Portogallo.
In effetti, quasi tutte le foto che ho visto dell’Algarve sono le spiagge di Lagos. Di vedere la cittadina balneare non ce ne frega nulla: io sono arrivata qui per le scogliere delle cartoline.

Iniziamo dalla fine, cioè dalla punta estrema di Lagos: c’è un parcheggio proprio sotto il faro (ad un paio di chilometri dal centro città), da dove si diramano i sentieri della Ponta da Piedade, promontorio proteso verso l’oceano Atlantico, con spettacolari faraglioni ed arenarie stratificate dai colori caldi dell’oro, che a tratti sorgono dall’acqua come un’immensa Venere.
Il sole gioca con le nuvole scure, proiettando tutta la sua luce contro le rocce: in alcuni momenti, il contrasto tra il cielo nero e la luce riflessa dalla scogliera quasi commuove. Impossibile da descrivere.
Emozionatissima, metto in croce i miei per fare il giro delle spiagge: poco più avanti, tornando verso il centro, nascosta tra le rocce sbuca il parcheggio di Praia do Carmilo, piccola baia dorata ai piedi di una lunga scalinata in legno di circa 230 gradini.
Altro giro, altro tuffo al cuore, altri cento scatti (e un totale di 460 gradini a tempo record!). Tali meraviglie, come le albe e i tramonti, non stancano mai. L’ultimo stop è la celebre Praia de Dona Ana, affacciata in fondo ad un piccolo belvedere dove si affollano i turisti. Anche sulla sabbia, comunque, c’è parecchia gente, il che la rende già meno affascinante di quello che ho visto questo pomeriggio. In generale comunque direi che sono abbastanza soddisfatta. Finalmente anche io ho le foto/cartolina dell’Algarve.
Come meta ultima per la giornata ci diamo Portimão, presso un’area attrezzata molto economica da 150 posti, docce e connessione internet a 3,50€ (dovremmo restare qui per sempre!), tra il centro e la spiaggia, la famosa Praia de Rocha. Per quanto le docce non siano delle migliori, l’area è asfaltata e la connessione internet (2€ ogni apparecchio) funziona e mi permette di riconnettermi finalmente alla civiltà social.
Durante la serata si scatena un nuovo diluvio, mentre noi speriamo che domani faccia bello.

Martedì, 27 ottobre 2015 - km 71202
- da Portimão a Loulé
Aria fresca ma tempo discreto. Alla solita ora usciamo dall’area camper per fare quattro passi lungo il camminamento in legno a ridosso di Praia da Rocha, mentre io non perdo occasione di scendere in spiaggia ed infilarmi in qualche feritoia delle rocce alla scoperta di calette nuove. Cammino sulla sabbia dorata, il rumore del mare mi incanta. Essere al cospetto di questi grossi blocchi di arenaria rossa mi fa sentire piccola, come alla Praia das Catedrais di due settimane fa. Sembra passato così tanto tempo, invece i viaggi in camper trasformano la percezione del tempo, lo stirano e lo allungano. Si possono scoprire così tanti luoghi diversi, in appena quindici giorni, e quando torni a casa scopri che tutto quello che hai vissuto è parte di qualcosa di ben più grande di un semplice "viaggio".
Mi lascio alle spalle la Praia da Rocha ed ecco che si apre davanti a me la Praia dos tres castelos, bella sia dal basso che dal belvedere sopra le rocce.
Cammino ancora un po’, nel frattempo ho perso gli altri ed il cielo si fa più scuro, e la calçada portuguesa mi accompagnerebbe fino ad Alvor, se solo non iniziasse a piovere. Mi sento parzialmente soddisfatta, ho visto una fettina di spiaggia di Algarve e adesso si tira dritto ad Albufeira. Nel frattempo non c’è più una nuvola… Vorrei capire con quale rapidità cambia il tempo qui. Piccola sosta al Pingo Doce, il supermercato dai buonissimi biscotti a prezzi modici, e poi si prosegue. Benché siano pochi chilometri, le trasferte sono comunque infinite: ci fermiamo nei pressi di Carvoeiro, la strada scende e risale svariate volte diramandosi per raggiungere alcune spiagge, ma noi seguiamo quella per arrivare al Farol de Alfanzina, con un discreto spiazzo vista, ovviamente, oceano. Dopo il caffè, quattro passi lungo il sentiero che costeggia il faro: la vista è abbastanza bella, con il panorama dell’oceano e delle scogliere di arenaria stratificata che rimangono brillanti e dorate nonostante i nuvoloni scuri (che nel frattempo sono tornati e ci faranno compagnia a tratti per tutto il pomeriggio). La scogliera, alta circa 60 metri, presenta grossi affascinanti buchi dovuti all’infiltrazione d’acqua che ha scavato gallerie profonde che talvolta arrivano fino al mare, permettendo quindi all’acqua di entrare e creare l’effetto “cenote”.
Bisognerebbe prendersi un mese e camminare lungo le scogliere dell’Algarve, e scendere lungo tutte le scalinate, e percorrere tutti i sentieri. Ma noi risaliamo in camper e proseguiamo. Temperatura 20°C quando ripartiamo dal faro. Scendiamo per una stradina secondaria, costeggiando la minuscola Praia de Benagil (che in trenta metri è già finita) e poi risaliamo fino ad Albufeira. Peccato che purtroppo, nei pressi del bellissimo miradouro de Albufeira (che permette una vista dall’alto su parte del paese arroccato sulla scogliera sopra la spiaggia), ci imbottigliamo causa strade non troppo larghe e gente che ci dice che non possiamo passare, in lite con altre che ci dice che invece il camper ci passa. Insomma, ci bastano dieci minuti per odiare questa località fin troppo balneare, strizzata nel cemento a causa dell’eccessiva domanda di turismo.
Usciamo dalla città e deviamo, giusto per dire che ci siamo passati, alla Praia da Falesia, una delle tante spiagge dell’Algarve: qui però la scogliera e le rocce abbandonano i colori dorati dell’arenaria stratificata che caratterizza la parte più ad ovest della costa meridionale portoghese ed assumono una connotazione estremamente rossastra, più dura e selvaggia.
Ci fermiamo vicino Loulé in un parcheggio a fianco a quello segnalato che avevamo nelle nostre mappe. Sono appena le 17.30… e adesso che facciamo?
Questa storia che appena il sole “minaccia” di tramontare dobbiamo fermarci deve finire.

Mercoledì, 28 ottobre 2015 - km 71302
- da Loulé a Santiponce
La giornata inizia con un rumore sinistro (e anche destro), come di una zappa nel terreno… salvo poi scoprire che è il rumore di un grosso martello sopra un picchetto di un gazebo: il piazzale di fianco alla nostra area camper si sta animando con le bancarelle del mercato settimanale. E meno male che decidiamo di farci un giro lì, perché altrimenti oggi ce la passiamo tutta in camper! La prima ora, insomma, è dedicata agli acquisti: io compro un paio di scarpe tacco 12 e una borsa, non necessari ma per 5€ cadauno vale la pena. Sosta all’ultimo baluardo portoghese per il rifornimento di bottiglie di Porto a prezzo modico (ho perso il conto di quante ne abbiamo nel gavone ormai: possiamo fare regali a tutti!) e ripartiamo in direzione Tavira, alla possibile visita di un paio di spiagge che però risultano scomode (la verità è che giriamo in tondo senza trovarle!) e tiriamo dritti fino a Vila Real de Santo Antonio, giusto al confine con la Spagna. Talmente al confine che, pur essendo comune portoghese, sul lungofiume dove ci fermiamo per pranzo il cellulare aggancia già la cella del ripetitore spagnolo, tanto che l’ora si sposta da sola e Vodafone manda la comunicazione via sms “Benvenuto in Spagna!” e per un po’ non funzionano nemmeno i dati internet della mia sim portoghese. Appena ci riavviciniamo all’interno, l’ora torna ad essere portoghese e Vodafone ci manda un altro sms dicendo “Benvenuto in Portogallo!”. E adesso chi glielo spiega, che era una finta e che fra 3 chilometri in Spagna ci siamo davvero?

Subito prima del confine, la Polizia ci ferma. Se trovano le dieci bottiglie di Porto nel gavone, magari ci fanno le storie… invece no: due simpatici individui con il giubbetto giallo fluorescente vogliono farci un’intervista statistica sulle vacanze in Portogallo. Parto io in rappresentanza del mio nucleo familiare e Raniero per l’altro camper, e ci facciamo accompagnare in un container adibito ad ufficio. Grasse risate, fino alla conclusione: “Che voto dareste alle vostre vacanze in Portogallo?” Io e il babbo (che nel frattempo mi ha raggiunta) ci guardiamo e concordiamo un 9. Eu já tenho a saudade e ancora non sono uscita dai confini. “É pa voltar?” ("pensate di tornare?") ci chiede. Ed io sfodero un italianissimo “Magari! Anche subito!”
Passiamo il confine spagnolo e ci mangiamo un’ora di fuso orario così, in amicizia, come niente. Per fortuna i cento e passa chilometri scorrono via tranquilli e veloci. Usciamo nei pressi di Santiponce, periferia di Siviglia, alla ricerca del fantomatico parcheggio del Monastero di Santo Isidoro del Campo, che risulta dai nostri brogliacci. Troviamo il monastero, ma non il parcheggio. Facciamo un attimo il punto della situazione, speriamo solo di trovare una soluzione alternativa prima che venga buio. Continuando a vagare in camper, richiamiamo l’attenzione di una macchina della polizia. Accostiamo, convinti che vogliano darci un consiglio su dove fermarci. Ancora con il chip portoghese, mi esprimo in un primitivo spagnolo per chiedere informazioni, e il poliziotto mi dice che autobus e mezzi di una certa dimensione hanno una specie di rimessa di fronte a Italica, un parco con degli scavi romani. Ringrazio immensamente, e prima di congedarsi, il poliziotto aggiunge: “Comunque… non stare in piedi nel veicolo!” Ah… praticamente è questo, il motivo per cui ci hanno fermati. Grazie, insomma.
Un paio di chilometri ancora e troviamo la rimessa di fronte ad un apparente campetto sportivo (Campo Municipal Juan Muñoz Romero). Domattina, da qui raggiungeremo il campeggio scelto per trascorrere la giornata a Siviglia.

Giovedì, 29 ottobre 2015 - km 71539
- da Santiponce a Siviglia
A parte l’imbottigliamento in tangenziale all’ora di punta, a tempo record stamattina entriamo nel Multiparking Sevilla (lungo la Carretera de Servicio della A4), praticamente un capannone che funge da autorimessa. Ci sono altri camper parcheggiati (perlopiù in deposito, senza turisti a bordo), roulottes e anche qualche bus. Salvador, uno dei gestori, ci accoglie sorridente: ha una faccia simpatica e pacioccona, parla uno spagnolo velocissimo che stento a capire ma me la cavo (sto ancora smanettando per cambiare il chip portoghese e rimettere quello spagnolo, quindi tante parole me le perdo per strada e alcune non le ricordo proprio). Ci fornisce una mappa della città (sottile come ostia, ridotta a brandelli un’ora dopo) e le informazioni salienti. La fermata del bus n.28 (che ci porta in centro, al capolinea Prado de San Sebastian) è proprio davanti al capannone (venti metri effettivi), e sull’altro lato dello stradone a quattro corsie un Mercadona e un Carrefour. E, ovviamente, la fermata del bus di ritorno dal centro. La soluzione è buona, il posto è tranquillo e silenzioso (l’unico casino alle 8.40 del mattino l’abbiamo fatto noi!), il posteggio costa 9€ a notte e 3€ in più per la corrente (1€ eventuale per la doccia) e il bus in 15 minuti ci scarica in Avenida De Carlos V. La mappa in mano stavolta non basta: io vorrei iniziare il tour da Plaza España e suggerisco di prendere la strada davanti a noi. Adele vorrebbe iniziare dal centro e dice che la strada giusta è alle nostre spalle. Morale della favola, seguiamo lei e dopo duecento metri ci troviamo dietro alla Capitania General, con tanto di militari di guardia e mitra, e proseguendo lungo il muro che si incurva raggiungiamo Plaza España. Quindi, entrambe avevamo la mappa dalla parte sbagliata (o meglio, non siamo state in grado di leggerla nel verso giusto!). Ma non ce ne frega nulla, perché la vista di questa imponente costruzione annulla qualsiasi altro pensiero: è di certo una delle opere più belle che abbia visto finora in questo viaggio (escludendo i faraglioni dell’Algarve, che lì è solo la Natura che decide, e si sa che quando ci si mette lei non ce n’è per nessuno), decorata in mattoni rossi a vista, marmo e ceramica, che danno un tocco rinascimentale e barocco alle sue due torri, Nord e Sud, che la delimitano. La Plaza de España di Siviglia è costruita seguendo lo stile dell'architettura neo-moresca. I suoi 170 metri di diametro rappresentano l'abbraccio della Spagna e delle sue antiche colonie; guarda verso il fiume Guadalquivir e simboleggia la strada da seguire per l'America.

Appoggiata alle pareti si trova una serie di panche e di ornamenti in ceramica che formano degli spazi che richiamano le 48 province spagnole (sono collocate in ordine alfabetico); su di esse sono rappresentate delle mappe, dei mosaici raffiguranti eventi storici e gli stemmi di 48 capoluoghi di provincia (tranne Siviglia, le due città africane di Ceuta e Melilla, e le provincie delle Canarie, qui considerate come intero arcipelago). Gli azulejos decorano anche i lampioni e soprattutto i 4 ponti (che rappresentano i quattro antichi regni di Spagna) che sovrastano, collegandolo, il canale di cinquecento metri che gira attorno alla piazza.
Il cielo azzurro, poi, rende i colori ancora più vividi ed il tutto ancora più magnifico.
Certo che proseguire la visita della città dopo essersi scontrati con un simile splendore è impegnativo! Imbocchiamo Palos de la Frontera e passiamo davanti al Teatro Lope de Vega, un grazioso edificio bianco e giallo con dettagli in ceramica, in perfetto stile moresco. Fu edificato per l'Exposicion iberica del 1929 (come la precedente Plaza España) e può copntenere oltre mille persone. Tra l'altro oggi, grazie alla sua ricchissima programmazione, è uno dei teatri più importanti della Spagna: dal suo restauro del 1986 porta in scena ogni stagione più di 180 rappresentazioni annuali.
Poco distante, anche il Palacio de San Telmo, attuale sede della Regione di Andalusia.
Arriviamo alla Puerta de Jerez (piazza in cui confluiscono tre delle principali strade del centro città) e da lì scendiamo sul lungofiume a vedere la Torre de Oro da vicino. Seguiamo il lungofiume fino a Plaza de Toros e dopo pranzo proseguiamo nelle vie interne fino a ricongiungerci con Plaza Nueva (dove si trova anche la sede del comune), e da lì giù lungo Avenida de la Constitución, dove si concentrano l’Archivo General de Indias, il Real Alcazar (che però ha una fila infinita per l’entrata al palazzo e ai giardini, quindi rinunciamo!) e soprattutto la splendida Catedral e la Giralda, la torre al suo fianco, inglobata nella gigantesca struttura.

Un’opera di chiaro stampo gotico che occupa due isolati della via, e non entra nemmeno nelle foto. Nonostante le visite oggi siano limitate per una funzione religiosa, sul tardi riusciamo a dare una sbirciata all’interno, almeno alla parte rimasta accessibile: le volte altissime, i preziosi organi scuri ed i rosoni che proiettano, frammentata, la luce colorata sulla pietra chiara. Contrasti perfetti. Ci perdiamo un po’ nei vicoletti, visitiamo il Mercado de Artesanato nei pressi dell’Arco de Postigo. E poi, prima che faccia buio completamente, siamo di nuovo alla fermata del bus. In dieci minuti, in sole scompare.
Alle 19 o poco più siamo di nuovo alla base.
Domani, qui nel capannone, se non mi sveglio io mi sa che non si sveglierà nessuno.

Venerdì, 30 ottobre 2015 - km 71555
- da Siviglia a Tarifa 
Come da programma, alle 7 in piedi. Che il tour de force abbia inizio. Sveglio gli altri e, dopo la colazione e le operazioni di scarico cassetta, salutiamo il gentilissimo Salvador e ci avviamo alla volta di Cadice, per gli spagnoli Cadiz. Centoventi chilometri scorrono rapidi fino al modernissimo (e molto recente) ponte che collega il piccolo promontorio alla terra, e fortunatamente troviamo posto nel parcheggio della stazione, di fronte al Puerto de Cadiz (dove tra l’altro se ne sta attraccata una maestosa nave della Costa Crociere).
Tariffa, 2 centesimi al minuto Benché una tariffa “al minuto” possa sembrare cara, in realtà non è di più di quanto si pagherebbe per lasciare l’auto a pagamento in qualsiasi centro storico.
La prima cosa che ci troviamo davanti è il Palacio de Congresos e il Convento de Santo Domingo, e lungo la via, già caratteristica, si giunge a Plaza San Juan de Dios, circondata da bar e pastelarias.
Luminosissima, con la sede dell’Ayuntamiento, il Municipio ovviamente, maestoso palazzo in stile neoclassico, che si staglia in fondo ad una pavimentazione chiara. Gli zampilli delle fontane giocano e si lasciano fotografare, le lunghe e sottili palme si lasciano invece muovere piano dal venticello che porta l’odore del mare e del Marocco. 
Tocchi arabeggianti già si distinguono sulla facciata della Cattedrale nella piazza omonima, che rende inconfondibile il profilo della cittadina: il suo profilo migliore, tra l'altro, lo offre su quello che io chiamo lungomare, ovvero il Campo del Sul. Passeggiamo fino alla punta estrema, fino al Castillo de San Sebastian, antica fortezza difensiva con la classica forma a stella, costruita oltre il mare e raggiungibile attraverso un bel paseo con lembi sabbiosi ai due lati. Probabilmente, con la marea alta l’acqua tende a coprire gran parte della spiaggia. Una sorta di Mont-Saint Michel, insomma.
Il lungomare prosegue, splendido e luminoso, la temperatura si aggira intorno ai 24°C e l’aria rende la passeggiata piacevolissima. Raggiungiamo il Forte de Santa Catalina, poco più avanti, oltre la Playa de la Caleta (ovvero il lembo di spiaggia compreso tra le due fortezze, fatte costruire proprio a difesa della città e del suo punto più vulnerabile). In corrispondenza del Parque Génoves, giardini all’apparenza molto belli (non entriamo perché abbiamo un bel pezzo di strada da fare ancora per tornare alla base), voltiamo sulla Calle de Santa Rosalia e ritorniamo nei vicoli, belli e colorati. Ogni appartamento è dotato di bow-window, affacciato nelle stradine strette che mi ricordano quelle di Malta. Passiamo attraverso Plaza de Fragela con il Teatro de Falla, un bell’edificio dai delicati toni del rosa (tutto è magnifico quando il sole illumina i colori), e ancora nei vicoli fino a sbucare di nuovo sulla piazza della nostra partenza. Un dolcetto in pastelaria e poi di ritorno al camper. Spesa totale di parcheggio per 4 ore, 4,50€: l’avevo detto, che in fondo non era molto! E poi la posizione è perfetta per fermarsi qualche ora e godere dello spettacolare centro storico.
Ripartiamo. Gli ultimi 90 km della giornata per raggiungere finalmente Tarifa, l’estremo sud della Spagna, appena 20 km dal Marocco. Dopo un problema col navigatore (l’area camping che abbiamo impostato sta in realtà a dieci chilometri dal centro!) alla fine arriviamo. Vaghiamo un po’ alla ricerca di un parcheggio utile (per la verità un po’ sfiduciati, dato che di solito queste famose località balneari non ci portano bene) e nel frattempo, girando in prossimità del porto e della spiaggia, ci becchiamo anche un bel tramonto.
Ci accordiamo per un ampio spiazzo in prossimità di un Lidl, a 700 metri dal centro storico (lungo la Calle Amador de Los Rios, subito dopo la rotonda di benvenuto). Leggermente defilato ma comodissimo, sterrato ma pulito. Peccato che, essendo il un po’ scoperto, dopo un’ora il vento che fischia sia diventato insopportabile e ci costringe a scendere un po’. Fortunatamente l’opzione b è a portata di mano: c’è una strada in discesa con villette a schiera e case in costruzione, e parecchio spazio per parcheggiare. E’ deciso: domani si inizia da qui.

Sabato, 31 ottobre 2015 - km 71805
- Tarifa
Giorni che iniziano troppo presto e finiscono altrettanto “troppo presto”.
Vita strana, quella da “zingaracci” in camper. Tra l’altro oggi mattinata nuvolosa che non lascia squarci di sereno. Va a finire che faremo mezza giornata di giro turistico per questo paesino arabeggiante e ce ne partiremo, pensiamo già alle 9 del mattino. Scendiamo così per i vicoli fino alla Puerta de Jerez, l'ingresso monumentale al centro storico alla città. Non è nemmeno caldo.
 
Questa porta medievale è una testimonianza dell antico splendore della cittadina. Non è nulla di eccezionale, ma colpisce lo sguardo ed è una degna entrata per questa parte di Tarifa che è un piccolo gioiello di viuzze strette e bianche, silenziose, con i suoi edifici di calce e negozietti particolari.
Scendiamo fino al Paseo de Alameda, giusto di fronte al porto da dove, in 35 minuti, vanno e vengono i ferry per il Marocco. Di fronte, l’Africa. Così vicina da poterla toccare, ad appena venti chilometri: se non ci fosse foschia, sarebbe possibile distinguere le costruzioni del porto di Tangeri.
In fondo alla spiaggia, la Isla de las Palomas, l’isoletta di Tarifa adesso collegata alla terraferma da una stradina, l’estremo confine, oltre il quale l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo si abbracciano nello stretto di Gibilterra. Peccato questo tempo infame che alza il vento ma non sposta i nuvoloni neri. Il bel Castillo de Guzman el Bueno mi divide dagli altri: loro entrano con le riduzioni per pensionati ed io faccio ancora quattro passi nelle viuzze, scoprendo la Plaza de Santa Maria, con la Casa Constistorial e la Biblioteca Publica: il piccolo giardino con palme e panchine di azulejos ha già uno stile di chiara influenza araba, che ben si delinea anche nella Plazuela del Viento, dove tra l’altro si gode un bellissimo panorama sull’isolotto e sullo stretto.
  
Recupero gli altri, ci continuano a sbattere davanti agenzie di viaggio ed escursioni di un giorno in Marocco, e un’idea ci fulmina. Ci pensiamo, ci consultiamo, rimuginiamo. 49€, 60€, 55€. Chiediamo informazioni. Ne chiediamo altre. Ne chiediamo altre ancora. Più o meno gli stessi prezzi, più o meno le stesse formule. Alla fine ci decidiamo: a 50€, domani vorremmo prendere il ferry per il Marocco e fare l’escursione guidata a Tangeri, la necropoli, la kasbah, il palazzo del Sultano e via dicendo. Estremamente turistica, e sarà uno di quei tour frettolosi, ma del resto siamo stati bravi, abbiamo risparmiato, siamo arrivati a Tarifa con anticipo sulla tabella di marcia e ci concediamo una deviazione fuori continente. Tutto questo, s’intende, tempo permettendo. Avvisiamo anche Domenico e Genny via sms della deviazione extra continentale prevista per domani e accolgono di buon grado l’idea. Torniamo al camper, pranzo, chiacchiere, caffè tutti insieme, pomeriggio relax. Gli altri al Lidl, io a spasso sul bel lungomare, peccato che il cielo sia sempre più nero e alla fine inizi a piovere. In serata ci raggiungono gli altri, ma la pioggia non smette. Durante la notte, forti raffiche di vento e pioggia a zaffate.
Mi sa che domani il Marocco continueremo a vederlo col binocolo come abbiamo fatto stamattina. O forse, data la foschia, neanche con quello.

Domenica, 01 novembre 2015 - km 71808
- stand-by tra Tarifa e Algeciras
“Portiamo l’acqua”, dicevamo ieri, dato che nell’escursione non erano comprese le bevande ai pasti. Diciamo che a portare l’acqua ci hanno pensato Domenico e Genny: da ieri ancora non smette. Questa è decisamente la peggiore giornata che abbiamo incontrato dall’inizio della nostra vacanza. Mi fa venire in mente Hammerfest, nel 2012, i 7 °C esterni pur essendo fine giugno, noi bloccati in camper a 100 km da Capo Nord con i maglioni e i riscaldamenti accesi. E quindi niente Marocco. All’inizio pensiamo di andare a Gibilterra oggi ed eventualmente tornare indietro domani per l’escursione (ormai siamo sette teste fissate con questo assaggio di Marocco e non vorremmo rinunciare), ma in effetti il tempo non è molto diverso. Il vento insiste prepotente e piove. Vista comunque l’esigenza di scaricare, andiamo all’area di servizio di San Roque, a 33 km da Tarifa. Non proprio dietro l’angolo ma almeno intanto ottimizziamo i tempi mentre studiamo il da farsi. E così la carovana si sposta mentre il tempo da lupi imperversa. Neanche un centro commerciale aperto, perché è domenica ed è tutto chiuso. L’area comunque è chiaramente visibile dall’autovía, sulla sinistra venendo da Tarifa: ci sono mezzi pesanti e anche dei camper, lo scarico delle acque nere rimane defilato dietro il distributore di benzina e la colonnina del carico acqua, gratuito, ha una pistoletta in stile compressore alla fine di un tubo spiralato. L’unico problema è la lentezza: in un minuto ricarica appena quattro litri d’acqua. Grasse risate per arrivare agli agognati 115 litri.
Poco dopo, ricognizione a Gibilterra. Impossibile anche solo pensare di parcheggiare, scendere e visitare questo promontorio così affascinante: il vento viaggia a 80km/h, continua a piovere, quindi torniamo indietro. Nei pressi di Algeciras deviamo per il pranzo vista mare verso la Playa di Getares, spiaggia poco conosciuta nella baia di Gibilterra. Ampio parcheggio, un negozio di frutta e verdura ed una pastelaria proprio lì, di fronte al lungomare. Posizione perfetta e spiaggia apparentemente bella… peccato che il tempo continui a peggiorare e non ci permetta quasi di mettere il naso fuori: il vento rafforza (e il mare lo rimostra) e l’acqua viene giù a secchi. Ci spostiamo solo dopo ore per tornare alla base di partenza. Cento chilometri come niente, oggi. Solo così, tanto per “fare qualcosa”.
Giornata pigra. Quasi in stand-by.
L’ultima scadenza è domani: o il Marocco, o Gibilterra, a qualunque costo.

Lunedì, 02 novembre 2015 - km 71904
- da Tarifa a Los Barrios 
Ci svegliamo anche stamattina sotto il rumore della pioggia, e per un attimo, memori della terribile giornata di ieri, nessuno vorrebbe alzarsi. Dopo svariate bestemmie, alle 8 d’improvviso la pioggia smette. Si intravedono piccoli velati squarci di cielo azzurro sotto i nuvoloni neri, e si distingue di nuovo l’orizzonte. L’opzione Marocco è ancora incerta: il mare sembra agitato, non gli basta certo un’ora per calmarsi dopo gli ultimi acquazzoni, ed il cielo, benché il vento trascini le nuvole da un lato all’altro, non promette comunque affatto bene. Inoltre Genny ha preso una storta alla caviglia ieri, e quindi se traghettassimo per Tangeri comunque lei non verrebbe. Allora ci riproviamo: andiamo a Gibilterra a fare giornata, vogliamo dare ancora un’opportunità a questo Marocco, sperando di non doverci pentire!
Insomma, poco dopo siamo già alla Línea (la Línea de la Concepción, paese alla frontiera). Ci sono due parcheggi per autocaravanas nei pressi della dogana: il primo offre servizio con carico/scarico a 12€ al giorno non frazionabili. Quello a fianco, il Parking de Santa Barbara, costa 12€ al giorno senza servizi ma volendo si può scegliere anche di frazionare la giornata al costo di 2€ l’ora. Il terzo parcheggio rimane molto più defilato, in fondo alla via, girando a sinistra sul lungomare, a fianco al Clube de Petanca, di fronte alla spiaggia. Prezzo forfettario di 3€ al giorno.

Ogni tanto, ci dice una coppia di tedeschi che becchiamo appena entrati nel parcheggio, l’omino non si fa vedere e quindi si “rischia” di non pagare. Insomma è a sorpresa. Domenico resta a fare compagnia a Genny (che non scende per la visita) ma si offre si fare servizio taxi e accompagna il gruppo fino davanti alla dogana. Che cosa curiosa, il controllo dei documenti ed attraversare in senso trasversale quella che a tutti gli effetti è la pista di atterraggio degli aerei! Questo è l’unico accesso alla città. E subito dopo la pista d’atterraggio, si entra praticamente in Inghilterra: bidoni rossi della posta, cancelli neri con le estremità dorate, in stile Buckingham Palace, cabine telefoniche, strade pedonali con casette in stile vittoriano e bow-windows.
Main Street è di certo la via principale, quella dei negozi e del tax free (i profumi costano 20/30€ meno che in Italia e una stecca di Marlboro la paghiamo 33€ contro le 50 di casa nostra!). Percorrendola fino alla fine arriviamo al Cable Car (la funivia) che dovrebbe portarci su fino alla rocca famosa. Causa vento, però, oggi la funivia è chiusa (mi chiedo se in questo posto, punta protesa nel Mediterraneo, esista un giorno in cui non ci sia vento!), il che fa a gioia dei tour organizzati… ma soprattutto di quelli abusivi, che con 22 sterline (equivalenti a 35€ che non gli regaliamo manco morti) propongono il trasporto andata e ritorno per la rocca e i biglietti d’entrata alle grotte, ai tunnel del Grande Assedio e tutti i luoghi a pagamento della riserva naturale. Non ci facciamo abbindolare e prendiamo il bus (2€) fino all’ingresso della riserva, con il monumento alle Colonne d’Ercole.
Passeggiamo un po’ nel parco sperando di incontrare qualcuno dei famosi macachi, ma la strada è parecchia e i compagni di viaggio rischiano di stramazzare prima del tempo, quindi rinunciamo e riprendiamo la via del ritorno. Usciamo dalla piccola cittadina autonoma e torniamo mesti al parcheggio. Il tempo è stato clemente e tiepido. Abbiamo ancora un’oretta di luce, vorremmo fermarci nei pressi della Porta Europa, il grande centro commerciale di Algeciras che abbiamo visto ieri passando, e magari restare lì per la notte, ma sbagliamo l’uscita dell’A7 tre volte e alla fine ci incastriamo nei vicoli di chissà dove per poi tornare, a buio fatto, al Carrefour di Los Barrios, uscita 112 dell’autovía: ci sono molti altri camper già parcheggiati, sembra un posto tranquillo e decidiamo di restare, anche perché intorno c’è tutto quello che serve.. compreso il famoso Mercadona.
Intanto ricomincia a piovere.
E noi speriamo solo bene per domani, perché questo Marocco ancora non ce lo siamo tolto dalla testa.

Martedì, 03 novembre 2015 - km 71984
- da Los Barrios a Tarifa (con escursione a Tangeri) 
Dopo l’ennesima notte piovosa, ci svegliamo con squarci di cielo azzurro nascosti ancora dal buio. Dietro front in direzione Tarifa per questo chimerico imbarco. Torniamo al parcheggio vicino al Lidl e scendiamo a piedi in centro, proprio come il primo giorno. A 49€ il signor Juan dell’agenzia di viaggi di fronte al porto ci prepara sette biglietti per l’escursione. Arriviamo al terminal e troviamo subito il “secondino” (scherziamo sul fatto che ci traghetterà nella kasbah di Tangeri e ci abbandonerà tra le vie!) che ci attacca i patacchini del tour organizzato sulle magliette e ci fa compilare il piccolo modulo da lasciare alla polizia marocchina a bordo dell’aliscafo. A parte l’attesa infinita per l’imbarco, l’attesa infinita della traversata (aliscafo veloce 35 minuti, dicevano… in realtà ci vuole quasi un’ora!), alla fine sbarchiamo in Marocco, un’ora indietro.
Rashid, la nostra guida turistica, è un anziano marocchino avvolto in una gbala di lana che ci accoglie sorridente con un berrettino tipico appena fuori dal porto. Sette italiani, una famiglia di russi e quattro inglesi è il “bottino” dell’escursione. Saliamo a bordo del bus che ci aspetta e che poco dopo si inerpica lungo la zona residenziale: ville di ricconi e sultani contrapposte alla vallata che si scopre a sinistra con tutta la medina bianca. Scendiamo poi fino a scoprire il mare turchese, con il faro di Cap Spartel, dove Atlantico e Mediterraneo si incontrano.
Poco lontano da Cap Spartel, andiamo a fare un saluto anche ai cammelli. Lo sappiamo, è una trovata turistica non indifferente, ma non voglio perdere l'occasione di guardarli da vicino, e alla fine mi convinco a farci un giro, seguita da Genny e Raniero... e non posso dire che non sia divertente!
Subito dopo scendiamo alle Grotte di Ercole, una bellissima grotta naturale (per ora in ristrutturazione, quindi entrata gratuita, che mi pare anche giusto) dove l’erosione del mare e del tempo hanno creato volte tonde sui soffitti di roccia, e attraverso un buco si sente anche lo scroscio delle onde dell’oceano. Poco dopo risaliamo a bordo scendiamo in centro. Gente ovunque, una gran confusione.

Il tempo di capire che siamo sulla piazza del mercato e poi entriamo in un ristorante caratteristico con tavoli bassi e sedute alte, piastrelle in ceramica ai muri e anche i suonatori in tunica e fez con melodie tipiche arabe. Qui, compreso nel prezzo dell’escursione, abbiamo anche un contenuto pranzo marocchino a base di zuppa, couscous e carne al curry.
Proseguiamo la visita nella kasbah. Adesso capisco perché, in condizioni di caos o confusione totale, spesso si dice “che kasbah!”. E’ un intrico di vie in cui perdersi sarebbe davvero un schiocco di dita se Rashid non ci precedesse passo passo, piene di gente pronta a venderci di tutto, rimbombano voci, colori, profumi di spezie ed artigianato locale.
 
Facciamo una visita ad un paio di cooperative di prodotti artigianali, classico per abbindolare i turisti, ma in effetti i ragazzi che ci lavorano sono così gentili e simpatici che gira gira ci strappano pashmine e pantaloni fatti al telaio.
Appena entriamo nella medina fortificata, il silenzio finalmente ci avvolge. Complice forse il tempo che non promette niente di buono, le viuzze sono perlopiù deserte, qualche anziano avvolto nei vestiti tradizionali passeggia qua e là senza badare a noi turisti.
Io sono tutta un occhio: affascinanti e strette viuzze, gatti, muri per metà bianchi e per metà colorati, che anche se scrostati mantengono vivi i toni del verde, rosa, azzurro e giallo, scalette dissestate, bouganvilles che si arrampicano agli angoli e profumano d’oriente (anche se questa giornata, dell’oriente è meno di un assaggio).
  
Ancora un giro in centro, un’oretta libera per divertirci a contrattare la merce nei negozi e poi un salto all’Hotel Continental, di fronte al porto, giusto per le foto agli interni estremamente arabeggianti, e poi Rashid ci riaccompagna fino all’imbarco. Foto, un abbraccio e tanti grazie per il sorriso di questo omino piccolo e magro, sotto al cappellino e dietro gli occhiali. Arriviamo a Tarifa e torniamo avanti di un'ora senza aver fatto niente, solo per essere rientrati nel continente europeo (mannaggia al fuso orario), è buio pesto da una vita. Arriviamo al camper tardissimo, mangiamo tardissimo. Siamo troppo stanchi per qualunque cosa.
La giornata è stata bellissima ma molto intensa.
Si dorme. Domani penseremo al resto.

Mercoledì, 04 novembre 2015 - km 72012
- da Tarifa a Granada
Incredibilmente, per correre appresso a questo “assaggino” di Marocco abbiamo passato a Tarifa praticamente quattro giorni. Nemmeno nelle più grandi città siamo rimasti così a lungo nello stesso posto. E stamattina finalmente ci spostiamo in direzione Ronda. La A7 scorre tranquilla fino a San Pedro de Alcantara, in corrispondenza del quale voltiamo per la A397 (che ci porterà dritti dritti alla meta). La strada sale subito e scopre vallate verdi e cocuzzoli con casette colorate che fanno parte della zona residenziale. Si inerpica via via fino a quota mille metri e oltre, e noi ci fermiamo nei pressi del mirador di Igualeja, a quota 1125 metri. Il panorama sembra stratificato, con rocce, colline verdi e colline rese invece rossastre dall’autunno. Come sfondo, i picchi più alti che appaiono azzurrini per via della rifrazione del sole. Dieci minuti per le foto e poi si riparte. L’itinerario per raggiungere questa città è decisamente panoramico fino alla fine: del resto è praticamente costruita su una roccia, anzi una sorta di canyon scavato dal fiume. Arriviamo in città intorno alle 11.30 e parcheggiamo alla stazione (anche qui, al costo di 0,2 cent al minuto): una volta tanto non abbiamo avuto problemi. Percorriamo tutta la Carrera Espinel, una delle vie principali della parte nuova della città, che in effetti non ci entusiasma più di tanto, a parte il pranzo in una panaderia con ottimi panini, pizza e croissants salati. Molti i negozi con prezzi assai competitivi, ma noi cerchiamo i panorami e le viuzze di cui abbiamo sentito parlare. A catturare la nostra ammirazione, però, è senza dubbio Plaza del Socorro. Essa si caratterizza per quel suo squisito senso di appartenenza alla tradizione andalusa (grazie soprattutto all'architettura tipica) e per essere un centrato di vita di residenti e turisti, che qui arrivano per ammirare anche i monumenti più esemplari della città. Al centro della piazza si distingue la statua di Ercole, un uomo semi-nudo con due leoni al suo fianco: simboleggia la storia politica dell'Andalusia, l'Assemblea di Ronda nel 1918 e il padre del nazionalismo andaluso, Blas Infante, che fu politico e scrittore spagnolo.
 
Al lato della piazza è situata invece la bella Catedral del Socorro, realizzata in stile neobarocco soltanto a metà del secolo scorso, prendendo il posto di una precedente, a sua volta costruita sopra un'antica moschea. Con il suo bianco brillante andaluso ed il giallo dona decisamente luminosità alla piazza.
Poco oltre Plaza del Socorro, girando a sinistra, entriamo nella Alameda del Tajo, un bellissimo giardino in cui lo stradino imbrecciato e gli alberi dai tenui colori autunnali fanno apparire tutto più bello. La balaustra in fondo scopre finalmente il vertiginoso panorama sulla vallata. E’ da lì che ci accorgiamo di quanto Ronda sia in realtà costruita sul crinale di una roccia. Il Tajo, da cui il giardino prende il nome, è il burrone scavato dal fiume Guadalevin che divide letteralmente la città vecchia da quella nuova. Il collegamento principale (e anche il punto più fotografato e bello) è il Ponte Nuevo, è un massiccio ponte in pietra a tre arcate, perfettamente in tono con il colore delle rocce, corto ed altissimo. Spettacolare. Dopo le dovute foto, proseguiamo nel cuore della ciudad antigua lungo Calle Armiñán, piena di negozietti di artigianato a prezzi abbordabili. Uno dopo l’altro si scoprono viuzze e monumenti, il Museo Lara, il Minarete de San Sebastián, e poi l’Ayuntamiento e la Iglesia de Santa Maria Mayor affacciati sulla Plaza Duquesa de Parcent. Optiamo per il dietro front ed io mi lascio catturare da una viuzza laterale che scende parallela alla vecchia cinta muraria, la Muralla de Xijara, una sorta di mini paseo a sbalzo sulla roccia. Ben conservata e molto panoramica, soprattutto nel punto più basso collegato da un grazioso ponticello in pietra. Dai Jardines de Cuenca, risalendo verso il livello principale, si ammira tutto il panorama sul burrone e sul Puente Nuevo, che da questo lato si vede perfettamente in tutta la sua altezza.
Riprendo i miei e gli altri. Il giro turistico finisce alle 16 o poco più. Torniamo al camper, paghiamo 5,45€ (per 4 ore e mezzo è un prezzo onesto) e ripartiamo in direzione Granada, la nostra prossima meta. Ad Archidona (80 km ad ovest, lungo la strada) ci fermiamo per carico/scarico (peccato che sia rotto il rubinetto dell’acqua, quindi svuotiamo giusto la cassetta “cacca/piscia”. Nemmeno il tempo per pulire un po’ il pavimento) e poi Domenico va avanti e tira la carovana fino a Granada. Una volta fatto, non dobbiamo rimetterci in marcia domani mattina. Arriviamo tardissimo nel parcheggio dell’area commerciale a poche centinaia di metri dal Camping de la Reina Isabel. Piccolo blitz con Genny, Domenico e Raniero (io in veste di traduttrice inutile, dato che il receptionist parla italiano!) alla reception per chiedere info su prezzi e, soprattutto, sulla visita (perché qui hanno i biglietti) alla famigerata Alhambra. I biglietti li facciamo praticamente subito: dopo essere tornati dagli altri per consulta definitiva, torniamo al campeggio per fare i biglietti e Raniero paga per tutti: 15,40€ (e 2,50€ di commissioni) è il costo del biglietto a persona per la visita programmata per domani pomeriggio al famoso palazzo arabo simbolo della città. Nel frattempo abbiamo concordato con il gentile omino della reception di tornare domattina per restare poi una notte in campeggio (per il momento lui sa che per stasera “siamo ospiti da amici”… non è che posiamo raccontargli che ci siamo accampati nel parcheggio fuori dall’area commerciale del Mercadona!). Torniamo dagli altri ed è tardi, mangiamo tardi, grasse risate preparando i panini, mezza chiacchiera giù dal camper parlando di date per il rientro. Si è stabilito che il 10-11 novembre dovremmo essere a Barcellona. Tristezza… E nanna.
Mi sa che domani ci aspetta la giornata più lunga dalla vacanza.

Giovedì, 05 novembre 2015 - km 72344
- Granada 
Nemmeno a dirlo: alle 8.15 lasciamo la postazione. Alle 8.20 siamo davanti al campeggio (anche se poi tra sistemarci e tutto passa un’ora abbondante). Spicciamo le pratiche di “check-in” e il gentilissimo receptionist, dopo le chiacchiere di ieri sera mi fa anche un piccolo sconto. La piazzola costa 18€ per due persone senza corrente, e allo stesso prezzo ci abbona l’elettricità (haha). Chiaramente, la terza persona (io!) paga 4,50€. Il campeggio è piccolo e grazioso, con una piscina sopra al padiglione di bagni e docce (tutto decorato con piastrelle in ceramica), e la fermata dell’autobus è a 300 metri. Diversi sono i bus che da lì arrivano al capolinea al Palacio de Congresos, quasi in centro. Percorriamo la Acera del Darro, bellissima strada pavimentata che ricorda la Rambla barceloneta, ed arriviamo a Puerta Real.

Facciamo un giro “fotografico” all’Ayuntamiento e intorno alla maestosa Catedral incastonata nelle vie, a Plaza de la Romanilla e qualche negozietto lungo le vie. Insomma, pare che la parte più importante della giornata e della nostra visita a Granada sia questa famigerata Alhambra, fortezza araba che sovrasta la città, raggiungibile in bus, taxi o più semplicemente a piedi attraverso le viuzze dell’Albaicyn, quartiere arabo nel cuore della città andalusa. Negozietti su entrambi i lati della strada che ricordano la kasbah marocchina dell’altro giorno, solo molto più ordinata, e soprattutto nessuno ci assale.
Passeggiamo indisturbati fino all’entrata del parco della fortezza, arriviamo con largo anticipo e cambiamo la prenotazione della visita con i biglietti veri e propri. Il complesso è immenso, dieci ettari racchiusi in oltre due chilometri di cinta muraria, diviso in tre aree principali circondate da boschetti.

Tutto è legato ai Palacios Nazaries, il nucleo dell’intera immensa costruzione, la seconda parte della visita: praticamente, se per disgrazia arrivi tardi sul’orario segnato nel biglietto devi sbatterti all’ufficio di attenzione al cliente per fartelo cambiare. Il tour (comunque non guidato), attraverso un sentiero delimitato da due file di cipressi altissimi, inizia alle 14 dal Generalife, primo edificio.
 
E' circondato da giardini e fontane, e da qui si ammira il bel panorama della parte bianca di Granada. Dopo un 'oretta raggiungiamo il complesso di stanze dei Palacios Nazaries, entrando dalla porta di accesso della vecchia medina, che alla fine del Quattrocento contava 1200 abitanti. Aspettiamo in fila il turno delle 15.30 dopo aver dato un’occhiata alla Iglesia de Santa Maria de la Alhambra, ai Baños de la Mezquita e al Palacio de Carlos V (un’ordinata arena su due piani) e finalmente entriamo nel clou della visita.
Dedichiamo un’altra ora buona alle varie stanze, decorate con piastrelle in ceramica e blocchi di gesso con incisioni arabe e grovigli di linee. Tra le parti più belle, ovviamente il Patio de los Arrayanes e il fotografatissimo Patio de los Leones.

Ubriachi di fotografie e di merli e decorazioni arabeggianti dai bordi colorati, arranchiamo verso la Alcazaba, la punta della fortezza. Il Barrio Castrense è circondato da torri di vedetta da cui si ammira il più bel panorama di Granada, e la Torre de la Vela, la torre più alta, è il punto di arrivo della visita alla cittadella araba. Riscendiamo verso il centro della città fino a Plaza Nueva a piedi, e da lì fino al Palacio de Congresos, sempre a piedi. Ormai si è fatto buio, abbiamo passato l’intero pomeriggio nella Alhambra. Ci sono volute tre ore buone, per il prezzo che abbiamo pagato ne è valsa la pena, ma direi che può bastare. La prima e ultima visita del genere: troppo lunga, ha sfiancato persino me. Ma anche questa è fatta!

Venerdì, 06 novembre 2015 - km 72345
- da Granada ad Elche 
La sveglia suona presto, ma io non mi alzo prima delle 7.45. Mi sembra di aver dormito un’eternità. Con estrema calma facciamo colazione, con estrema calma iniziamo le attività. Il babbo va alla doccia e le filippine puliscono il camper da cima a fondo. Poi è il nostro turno (finalmente i capelli respirano, puliti!). Grazie alla connessione internet che il gentilissimo receptionist mi ha regalato ieri, prenotiamo il traghetto Barcellona/Civitavecchia per l’11 novembre. Eccolo, il sapore amaro della fine del viaggio. Salutiamo Domenico e Genny che oggi devieranno per la costa per rilassarsi un paio di giorni al mare, con appuntamento per domenica a Valencia (prevista paellata di fine viaggio tutti insieme). Dopo il carico e scarico proseguiamo in direzione boh. Cioè, in direzione Valencia, ma il realtà le prossime tappe intermedie sono ignote. Intanto, poco dopo imboccata la A92, abbiamo almeno 50 km di paesaggio meraviglioso, con i rilievi piatti simil-canyon della Sierra Arana a sinistra, e i picchi già innevati della maestosa Sierra Nevada a destra, fino al Puerto de la Mora, a quasi 1400 metri di quota (e non sentirli, dato che la strada ampia scorre via tranquillamente): intorno ad esso, il Parque Natural de la Sierra del Huetor, uno scenario da film western con pendii rocciosi rossastri e betulleti giallissimi. Subito dopo ci appaiono Diezma, a 1233 metri, e Guadix con il suo Barrio Troglodita, ovvero una sorta di cittadina completamente sotterranea dove vive il 60% della popolazione, e anche dalla strada è affascinante vedere i comignoli di stucco bianco che fuoriescono dalle rocce.
Un paesaggio dai tiepidi toni dorati, tra massicci rocciosi con decine di fiumi che hanno scavato solchi lungo i pendii, intervallati ordinatamente da vallate perlopiù aride. Ci fermiamo giusto per il pranzo e per sgranchire le gambe. Viaggiamo tutto il pomeriggio senza intoppi, il paesaggio ha abbandonato le vette alte ad innevate per uno più uniforme, collinare ma sempre abbastanza panoramico. Lorca appare immensa ed estesa dopo chilometri di piccoli agglomerati urbani, sovrastata dalle rovine di una fortezza araba, e poco prima del tramonto arriviamo ad Elche, venti chilometri da Alicante, e ci appioppiamo nel parcheggio del Carrefour. Dopo quasi 400 km di traversata, per oggi ci si ferma qui.

Sabato, 07 novembre 2015 - km 72711
- da Elche a Bétera
Mattinata fresca e luminosa già alle 7.30. Si vede che ci stiamo riavvicinando a casa: si fa notte prima e anche giorno prima. Essendo ad appena 4 km dal centro di Elche, decidiamo di fare un blitz e tentare di trovare un parcheggio nel nucleo urbano, giusto per quattro passi mattutini e per vedere il palmeto più grande d’Europa, di cui ignoravo l’esistenza.
 
Fortunatamente troviamo senza problemi un ampio parcheggio gratuito proprio dietro al Parque Municipal, che è parte dell’immenso palmeto che presenta un itinerario di dieci chilometri, a volerli fare. Noi ne percorriamo appena cinquecento metri per poi perderci nel cuore di una cittadina di chiara origine araba. Le stesse palme furono piantate qui dai Cartaginesi (anche se all’inizio erano almeno il doppio), che cercavano un punto oltre il Nord Africa e trovarono qui le condizioni favorevoli.
Insomma, il centro di Elche sembra un’oasi: strade in mezzo alle palme, fontane e numerosi i ponticelli in pietra, pedonali e non, sopra al fiumiciattolo che attraversa il palmeto in senso longitudinale. L’alvo del fiume è pieno di pitture su entrambi i lati ed è affiancato da un sentiero dove la gente va in bici, corre e porta a spasso il cane. Grazioso fuori programma. Ripartiamo che sono quasi le 11 e ci buttiamo oltre Alicante, sulla N332. Sosta al Lidl per spesa e pranzo e alle 14 si riprende il cammino.

L’itinerario è molto panoramico, attraversiamo i paesi di La Vila Joyosa e Benidorm, località balneari con grattacieli costruiti fino alla spiaggia che staccano un po’ con il paesaggio rurale attorno, saliamo verso la scogliera e si scopre Altea, con la piccola ferrovia, le case bianche e la chiesa ortodossa dalla cupola blu, e subito dopo Calf, bellissima località con un curioso promontorio rossastro proprio davanti alla costa.

Dopo Benissa e Gata de los Gorgos facciamo una deviazione per Xábia sperando di raggiungere il Cap de San Antoni da cui si ammira una bellissima vista sul promontorio, ma troviamo un divieto d’accesso a camion e camper lungo la strada che dovrebbe portarci al faro, quindi riteniamo che la strada sia piccola e dissestata e facciamo dietro front.
Passiamo Oliva, Gandia, Favara (tutte località a pochi chilometri dal mare, con spiaggette annesse che però necessitano deviazioni apposite dalla carretera), Cullera con il suo nome scritto sul pendio della roccia tipo Hollywood e il Castillo visibile dalla strada. Sono quasi le 18 quando, con il sole che tramonta, troviamo il Camper Park Valencia, un po’ fuori mano rispetto a dove siamo, a nord della città, a Bétera. Il posto è ordinato e ha una fermata della metro a 500 metri che in venti minuti porta in centro. Ci sono tre fasce di prezzo: da quella per “ricconi” a quella low-cost (ovvero “dei poveracci”), che costa 6€ al giorno con due persone comprese, mentre gli extra sono 2€ a persona. Il simpatico omino del camping è estremamente gentile, come chiunque qui in Spagna, e ci avvisa che la connessione internet nell’area dove saremo parcheggiati è un po’ floja ma che comunque al bar c’è una connessione a parte e basta richiedere la password: è inclusa nel prezzo. Rocio, la ragazza alla reception, mi lascia la piantina della città e qualche informazione Gentilissima anche lei. In realtà poi la connessione internet funziona comunque anche nel camper, almeno con il cellulare. A parte il fondo sterrato (e leggermente umido dopo le piogge del weekend – che noi a Tarifa ricordiamo bene!), come voto complessivo si becca un 7.
Per 6€ a notte, noi ci accontentiamo (anche se per 2€ in più domani ci sposteremo dalla zona low-cost a quella media, perché il fango dopo le piogge dei giorni scorsi rende il terreno davvero troppo sconnesso).

Domenica, 08 novembre 2015 - km 72969
- da Bétera a Valencia
In barba al clima da finale di motogp che ci circonda, stamattina usciamo alla solita ora per andare a prendere la metro, linea amarilla (gialla) dalla nostra fermata S. Psiquiátric in direzione Angel Guimerá, praticamente in centro. Peccato che, essendo l’estrema periferia della linea metropolitana (in realtà è un treno leggero che viaggia all’aria aperta e solo in centro passa sottoterra), c’è un convoglio ogni tre quarti d’ora. Lo perdiamo per un pelo e riusciamo a salire a bordo solo alle 9.40. Arrivati alla nostra fermata, mi separo dagli altri: percorrendo la Avenida de Fernando el Católico mi immetto direttamente sul Paseo de la Pechina. Valencia è piena di ponti, almeno una quindicina. La loro particolarità è che non collegano le due sponde di un fiume, ma semplicemente i due lati del Jardin del Turia, che taglia longitudinalmente la città.
Dieci chilometri di parco, piante, fiori, parchi giochi per bambini, pista ciclabile, gente con i cani, gente che fa jogging. Davanti alla Torre de los Serranos c’è una specie di raduno di gente vestita Anni 30, tutti in bici. I ponti si susseguono l’uno dopo l’altro, alcuni appartengono addirittura al XII secolo.
La temperatura è ideale, la musica nelle orecchie ed il sole mi accompagnano per svariati chilometri fino alla Ciudad de las Artes y las ciencias, la parte forse più famosa della città. Progettata da Santiago Calatrava (il suo stile è chiaramente riconoscibile già dal Puente de la Expocición, un paio di chilometri prima), questa ambiziosa costruzione è iniziata nel 1996, quindi la sua costruzione è recentissima, ed è un esempio di architettura organica (una branca dell'architettura moderna che promuove un'armonia tra l'uomo e la natura), che grazie a qualità costruttive d'avanguardia riesce ad armonizzare gli elementi con i contenuti e lascia trasparire, al tempo stesso, la tradizione mediterranea del mare e della luce grazie ad un gioco di colori tra l'azzurro delle "piscine" all'aperto e il bianco del cemento.
Il centro è una vera e propria "città nella città", costituito da diversi padiglioni, note con i loro nomi valenciani: il Palau de les Arts Reina Sofia, sede di un teatro, il famoso Oceanográfic, l’acquario più grande e spettacolare d’Europa, il Museo de las ciencias Principe Felipe, l’Hemisféric, una sorta di planetario con proiezioni a 360°, l’Agora (padiglione prettamente scenico) e l’Umbracle, un lungo giardino “tubolare” ed ombreggiato, ornato da piante rampicanti.
L’intera costruzione è bianca e specchiata, ed una piscina dal fondo chiarissimo e dai bordi di mosaico bianco, permette all’acqua di illuminare l’ambiente. C’è luce ovunque, ed è bellissimo. Per pranzo mi ritrovo con gli altri, a cui nel frattempo si sono riuniti Domenico e Genny, per la paellata di fine viaggio. Entriamo in un posticino piccolo con menù a 12€, c’è una vasta scelta di primi e secondi piatti, ma qui ci si butta su quella che apparentemente è paella... e contrariamente alle aspettative, è buonissima!

Poco prima delle 15 ci separiamo di nuovo: abbiamo appuntamento con la metro alle 17.43, ed io ho meno di tre ore per coprire il centro storico e dare un’occhiata ad edifici e chiese. Passo davanti a Plaza de Toros , adiacente alla bellissima Estación del Norte, uno degli edifici più emblematici della città. Si tratta di un edificio modernista dell’architetto Demetrio Ribes, sullo stile architettonico che ricorda quello secessionista viennese. Inaugurata durante la Prima Guerra Mondiale, presenta un aspetto omogeneo ed unico, sia nell'architettura esterna (con elementi "goticizzanti") che negli interni, finemente decorati a mosaici: risaltano infatti i soffitti, pavimenti e muri, così come i lavori in ferro battuto e la gran profusione di ceramiche in colori molto vivaci. Arrivo in un attimo a Plaza Ayuntamiento, non è da meno: mi trovo davanti lo stupendo edificio del comune e, sul lato opposto, la sede delle poste, un capolavoro ottocentesco: proprio uguale agli uffici postali italiani!
Il centro storico è abbastanza piccolo e si gira benissimo a piedi: arrivo a Plaza de la Reina, confinante con Plaza de Santa Catalina, dove svetta la torre omonima (Torre de Santa Catalina), e di seguito la bellissima Catedral affiancata dalla Basilica de la Virgen de los Desemparados, entrambe affacciate su Plaza de la Virgen, al cui centro se ne sta la fontana con il Tritone.


Trovo anche il tempo di “perdermi" nei vicoli e nelle viuzze con baretti ed ombrelloni aperti sui tavolini, o muri invecchiati, graffiti sui pannelli, lampioncini agli angoli. Sicuramente però, tra tutto questo merita una menzione l'arquicostura di Raquel Rodrigo, che si è inventata questa cosa di utilizzare reti metalliche a "quadretti" sulle pareti di alcune case
per decorarci enormi rose a punto croce. Mi ha dato un'idea eccezionale da proporre a mamma!
Giro poi per il Mercado Central, bellissimo ma chiuso perché è domenica, quindi posso solo ammirarne la struttura esterna, e mi avvio alla Torre del Quart, porta d’accesso al centro storico.
Nel mio caso, porta di uscita. Ripercorro il lungo vialone alberato di stamattina, ritrovo gli altri e torniamo tutti insieme al campeggio/area sosta. Doccia, cena e poi, dato che la tensione della batteria nel camper è bassissima (non abbiamo nemmeno preso l’elettricità nella tariffa!), piano piano si stacca l’alimentatore del pc, quello del cellulare, la tv, la luce. Insomma, alle 22 siamo tutti a dormire.

Lunedì, 09 novembre 2015 - km 72969
- da Bétera a Deltebre
Il viaggio è praticamente giunto al termine. Stamattina salutiamo Domenico e Genny e anche i nostri compagni di viaggio fissi, che proseguiranno rapidi tutti insieme verso Figueres. Noi ci imbarcheremo mercoledì da Barcellona, abbiamo solo 380 chilometri e due giorni per coprirli. Oggi ce ne andiamo con calma lungo la N340 fino a Castellón de la Plana, dove ci fermiamo per un po’ di shopping al Centro comercial Salera. Pranzo in zona, giro pomeridiano in un mega store cinese e babbo da LeroyMerlin… Insomma ce la prendiamo tutti molto comoda. Riprendiamo il viaggio solo alle 16 e al tramonto ci fermiamo in zona Deltebre, a circa metà strada, presso un’area di sosta gratuita con carico e scarico a 3€ (come dire “ingresso libero, consumazione obbligatoria”!) nei pressi della foce del rio Ebro. Per raggiungerla passiamo praticamente a campi, sette chilometri di stradina in mezzo agli ulivi e alla foce paludosa del fiume. A parte le zanzare con la baionetta, l’area è sterrata ma pulita, abbastanza in piano e ci sono diversi camper già piazzati.
La giornata finisce qui.

Martedì, 10 novembre 2015 - km 73160
- da Deltebre a Santa Coloma de Cervelló
La giornata inizia alla solita ora, nonostante non abbiamo quasi nulla da fare: sveglia alle 7.30, colazione e poi, siccome per il carico/scarico bisogna chiedere informazioni al ristorante per farsi dare la chiave ed aprire la colonnina (e non vogliamo sbatterci troppo) ripartiamo verso l'Arrossaires del Delta de l'Ebre SCCL Coop, dove la nostra app di CamperContact indica un’altra area attrezzata gratuita per carico e scarico. Lungo la strada, che passa attraverso il delta del fiume, alla luce del sole rimaniamo sbalorditi di come abbiano utilizzato tutta la zona paludosa per coltivare riso, da almeno trecento anni. Il parco naturale del delta dell’Ebro è inoltre un punto di avvistamento di uccelli migratori e un’ottima zona per lunghe pedalate in bicicletta. La cittadina arriva poi in fondo ad un grazioso ponticello moderno con paseo e panchine vista fiume inclusi. L’area con l’agognata colonnina è perfetta, in piano ed asfaltata. Peccato che il rubinetto di carico sia piccolo e senza filettatura, e con il tubo a nostra disposizione fatichiamo un po’, ma l’operazione si risolve per il meglio. Tra l'altro, alla cooperativa del Deltebre nei pressi dell'area di sosta acquistiamo proprio un pacco di riso "per il disturbo" delle operazioni gratuite. Espletate le attività (pulizia compresa, che tanto i miei capelli sono sempre ovunque), facciamo un salto da Lidl e poi si riparte. Attraversiamo i paesini, tanto oggi non ci corre dietro nessuno. Oltre Camarles ci fermiamo per un paio di foto alla torre omonima, proprio a ciglio strada, e proseguendo lungo la strada raggiungiamo L’Ampolla, con il suo bel lungomare.

Avendo tempo, ci perdiamo un po’ nelle viuzze fino ad arrivare all’Avinguda de Baconè che ci porta alla fine della piccola zona residenziale, con uno spiazzale proprio sul ciglio del mare ed un sentierino fatto di rudimentali grossi scalini in pietra che si arrampica lungo la scogliera rossa. Piante verdissime, rocce di bronzo e mare blu e limpido: il sole rende i colori vividi e contrastanti tra loro, ed è così bello che vorrei restare qui per sempre.
O, almeno, finché non cambia il tempo.
 
Arriviamo quatti quatti ad Ametlla de Mar, e dopo un po’ di giri per cercare la spiaggia approdiamo a Cala de Bon Cap in perlustrazione: c’è una caletta con delle rocce a picco ed uno spazio con panchine e giochi per i bambini. Poco dopo ci infiliamo in una zona residenziale (quelle che qui vengono chiamate urbanización) e di seguito raggiungiamo la Platja d’Estany Tort, dove il fiume si incontra con il mare e noi ci fermiamo per il pranzo. Intorno al piazzale corre una lunga fila di piante succulente, tra le quali distinguo l’agave e l’ice plant come quella che abbiamo preso a Cabo da Roca a cui ho dato nome Mandy, quindi dopo pranzo faccio un blitz per prelevare un paio di esemplari di aloe (che chiamerò Lucy e Polly), sperando che sopravvivano ai rigidi inverni delle nostre colline. Riprendiamo il cammino sempre con la dovuta calma, percorriamo gli ultimi 150 chilometri della nostra avventura e prima del tramonto arriviamo, con mia sorpresa, ad appena mezz’ora da Barcellona: abbiamo miracolosamente trovato un’area gratuita, un parcheggio con alcuni posti dedicati ai camper, a Santa Coloma de Cervelló, comune catalano di cinquemila abitanti che custodisce un tesoro sconosciuto ai più, un’opera inserita nel Patrimonio Unesco dal 2005 di cui i turisti che affollano Barcellona ignorano l’esistenza. Facciamo un passo indietro: Eusebi Güell, il cui cognome riporta subito alla mente il famoso Parc di Barcellona, imprenditore e filantropo barceloneta, alla fine dell’Ottocento decise di spostare le varie sedi della sua industria tessile da Sants (Barcellona) a Santa Coloma (periferia). Ne nacque la Colonia Güell, una sorta di piccola comunità che ospitava i lavoratori delle varie fabbriche che egli possedeva, e prevedeva anche un ospedale, una locanda, una scuola e una cooperativa. Il progetto, nemmeno a dirlo, era supervisionato da un già famoso Antoni Gaudi, che per il suo amico progettò personalmente la cappella, ma riuscì a costruire soltanto la cripta poiché il progetto fu abbandonato alla morte di Güell. La cripta, in perfetto stile gaudiniano, è visitabile al prezzo di 9€, e le altre case e padiglioni (realizzati dai collaboratori di Gaudì) sono visibili attorno ad essa. I miei hanno già deciso che domani resteranno qui e daranno un’occhiata al borgo e alla piccola comunità.
Io prendo il treno: ci vedremo a Barcellona verso sera per l’imbarco che ci riporterà a casa.

Mercoledi, 11 novembre 2015 - km 73364
- da Santa Coloma de Cervelló a Barcellona
Ad ennesima dimostrazione di come sia l’Italia ad essere arretrata sugli altri paesi europei, a Santa Coloma de Cervelló esiste anche una stazione ferroviaria, giusto a 600 metri dall’area di sosta: la S33 è tra le linee che in mezz’ora arrivano a Plaça Espanya. Musica nelle orecchie, prendo il treno alle 8.50 circa e dopo mezz’ora esco sull’immensa rotonda con il tripode in pietra. Autobus turistici e non, macchine, un gran traffico, ed io vedo solo Barcellona. La vedo tutta insieme, anche se in realtà questo non è che uno spicchio. Prima di farmi affascinare, mi volto indietro lungo la Avinguda de Tarragona e vado a dare un saluto alla “Signora Mirò”, come la chiamo io.

Si tratta di una scultura in pietra e mosaici di Joan Mirò (la Dona y Ocel), nel Parco a lui dedicato a duecento metri da Plaça Espanya. L'opera venne inaugurata nel 1983 senza la presenza dell'autore, assente a causa dei gravi problemi di salute dei quali soffriva e che lo condussero alla morte pochi mesi dopo. La struttura principale è un chiaro richiamo alla connessione tra uomo e donna per la sopravvivenza della specie, infatti il cilindro cavo in alto è stato interpretato come un bambino avvolto in una fascia, e sovrastato o da un uccello o dalla luna simboleggiando, così, il legame della vita umana con la natura e le stelle
Poi torno indietro e finalmente inizio il mio tour: saluto le Torres Venecianes dell’ingresso al Parc del Montjuïc, di cui la fontana omonima (che di sera incanta con musica e colori) rappresenta in un certo senso il margine.

Immerso in una parvenza di foschia mattutina non ancora dissolta, in cima alla lunga scalinata svetta il Museo Nacional d’Art Catalana, e alle sue spalle l’Estadi Olimpic St Jordi con la Torre de Calatrava, che io chiamo “l’antenna Telefonica”, con un gioco di parole che richiama la targa apposta sul pilone che sorregge l’opera del famoso architetto. Sono diverse, le cose che in questa città hanno un nome che io ho dato loro per identificarle. Anche l’immensa statua di Colón (Colombo) di fronte al Port Vell, dove confluiscono tre strade, per me è “Colombo che indica il Burger King”, e lungo il paseo de Colón incontro, come ogni volta, la mia aragostina (gigante aragosta in vetroresina dipinta per sembrare scolpita nel legno) e Carmine (legata ad un mio aneddoto), l’emblematica e surrealista Cap de Barcelona, scultura in ceramica realizzata dal fumettista Roy Lichtenstein.
Impossibile non vederla: svetta alla fine del Paseo de Colón, all’incrocio tra il Paseig maritim de la Barceloneta e Via Laietana, la via che porta poco più avanti alla Catedral, nel cuore del Barrio Gotico, e al Palau de Musica Catalana. Continuo a camminare fino al Passeig de Gracia per salutare le splendide Battló e Pedrera, le case realizzate da quel genio di Antoni (Gaudi), e finalmente alla fermata Diagonal della metro decido il viaggio con la L7 fino ai confini del Tibidabo, il monte che domina la città. Esso deve il suo nome alla vista mozzafiato che si ammira dalla sua cima, che ricorda quella descritta nel passo del Vangelo in cui Satana porta Gesù sulla cima di un monte incitandolo a guardare e dicendogli “Ti darò tutto quello che vedi se mi adorerai” (dal latino, “tibi dabo”, ovvero “ti darò”). Ancora un pezzo di strada a piedi per raggiungere la funicolare (7,70€ il biglietto andata e ritorno) e finalmente arrivo alla vetta: qui, 500 metri fanno la differenza. A parte il mini parco di divertimenti arroccato sul pendio del monte (che trovo proprio all’uscita della funicolare), questo posto merita davvero una visita: il panorama di Barcellona si presenta lontano, uniforme. Grattacieli e case lievemente mescolati tra loro in una tenue foschia rosa appoggiata sull’orizzonte, con la rifrazione del sole che inizia già a cambiare i colori al cielo.
Dietro questo straordinario panorama, il Santuario dedicato al Sacro Cuore. Pace. Nonostante la gente attorno, le folle di ragazzini con le stecche da selfie, le famiglie con i bambini chiassosi, mi sembra di essere sola con la mia Barcellona ed abbracciarla dall’alto. Ho appuntamento con i miei alle 17.30 al porto, i tempi stringono ed io li vorrei allargare, come dice Ligabue. Riscendo con l’L7 a Plaça Catalunya e percorro la Rambla, affollata di turisti. Come se non esistesse altro, in questa città. Ma lo sanno, quante cose ci sono da vedere a Barcellona? Io cammino dalle 9 di stamattina a passo svelto e ne ho comunque lasciate tante (il Tibidabo, tra attese e tutto il resto, mi ha portato via quasi due ore), mi resta giusto il tempo per un giro nel Mercat de la Bouqueria, gioioso tripudio di colori e profumi di spezie, frutta e dolcetti di marzapane immerso in un piacevole caos di chi compra e chi vende. Mi infilo a Plaça Reial, con i bellissimi lampioni disegnati da Gaudì, proseguo rapida con il sole che già inizia la discesa.
 

L’ultimo saluto a Colombo che indica il Burger King, l’ultimo saluto al Museu de la Marina, ancora un chilometro e mezzo a piedi per raggiungere il Moll Costa, dove trovo i miei e l’imbarco della nostra nave che, ovviamente, ancora non è arrivata. Aspettiamo ore, riusciamo ad imbarcare il camper solo poco prima delle 22. Ancora mezz’oretta e la nave esce dal porto. Non voglio guardare Barcellona che sparisce: per oggi mi tengo il ricordo della luce che filtra dagli alberi dei vialoni alberati e di quella foschia rosa in cima al Tibidabo. La saluto senza sapere quando tornerò.
Ma tanto lei lo sa, che ogni tanto ritorno.

Giovedì, 12 novembre 2015 - km 73407
- in nave verso casa
Niente da segnalare, a parte un viaggio infinito in nave che si conclude solo alle 19, quando in pole position usciamo dalla Grimaldi che attracca a Civitavecchia. Ci fermiamo all’area di sosta di Vitorchiano, segnalata, in piano ed ordinata, con tanto di colonnina dell’elettricità (anche se non ne usufruiamo). Sembrerebbe anche un paesino carino, peccato che per raggiungerlo percorriamo una strada in tipico stile italiano: buia, dissestata e stretta.
Insomma, bentornati a casa.
Il viaggio può considerarsi ormai concluso: domani all’ora di pranzo saremo già nelle colline marchigiane e questa bella avventura andrà a riempire un’altra fetta di cuore, un altro album di foto, un’altra valigetta di esperienze.
Aspettando il prossimo viaggio.
Perché si sa, chi parte alla scoperta di un posto nuovo guarda il mondo con la voglia di conoscere e di innamorarsi ogni volta. Parte con uno zaino di sogni ed aspettative, e poco importa se alcune di esse verranno deluse: i viaggi sono l’unica cosa che, nonostante costino denaro, riescono ad arricchirci.

____Numeri.
38 giorni di viaggio
35 città e cittadine visitati
4 paesi visitati (anche se Spagna e Portogallo occupano il 95% del viaggio)
0,95 euro il prezzo più basso del gasolio incontrato lungo il percorso
2724 euro di spese totali, ma proprio totali totali (gasolio, spesa, shopping vario, ristoranti, musei)
5630 km percorsi

Gracias a:
- Joan e Pascual, i vigilantes di Montserrat
- la carne de membrillo
- il simpatico tizio del gommista che si offerto di “scassinare” il nostro camper a Viana do Castelo (anche se poi papà ha ritrovato le chiavi)
- l’acidella (poi rivelatasi simpatica) dell’officina autorizzata Fiat in Rua do Delfim Ferreira 206 fuori Porto, per il supporto quando Raniero ha messo benzina anziché gasolio!
- il matto del bus a Porto
- Mandy, la piantina grassa “rubata” a Cabo da Roca
- il cogumelo (il fungo peluche)
- Adele e Raniero
- Domenico e Genny
- quelli della dogana portoghese a farci l’intervista turistica
- Salvador del capannone fuori Siviglia
- Polly e Lucy, le piante grasse “rubate” alla vigilia dell’imbarco ad Ametlla del Mar

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